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China ante el Papa Bergoglio. Actitud favorable?

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Quando Benedetto XV scrisse: il nazionalismo è la “peste” della missione

Cento anni della Maximum illud, la lettera missionaria “made in China” del 1919 che voleva rompere l’intreccio perverso tra attività missionarie e politiche di aggressione imperialista delle potenze occidentali

CITTA’ DEL VATICANO. Dopo il Viaggio del Papa in Thailandia e in Giappone, il governo cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, ha fatto sapere di apprezzare «la cordialità e le buone intenzioni di Papa Francesco che desidera visitare la Cina», e ha confermato che «la Cina è aperta e accoglie con favore» gli scambi tra Pechino e il Vaticano. Papa Francesco, tornando dal viaggio, sul volo Tokyo-Roma aveva ribadito davanti ai giornalisti il suo amore per la Cina e il suo desiderio di recarsi in visita a Pechino.

Non è stato sempre così. Ai tempi di Mao, quando il nunzio vaticano Antonio Riberi fu espulso dalla Repubblica Popolare cinese, la propaganda comunista lo tacciava di essere il «cane segugio dell’imperialismo americano».

Per la Chiesa, la Cina è come un destino. La cosa certo non piace ai circoli impegnati senza requie a sabotare l’iniziale intesa maturata tra Pechino e Santa Sede, a partire dalla delicata questione delle nomine dei vescovi. Eppure già un secolo fa la Chiesa di Roma e il suo Vescovo avevano preso atto – con il loro “fiuto” infallibile – che il cammino presente e futuro del cristianesimo nel mondo passa anche per le vie imprevedibili dell’incontro con la Cina.

Lo attesta in maniera mirabile la Maximum illud, la lettera apostolica di Papa Benedetto XV che porta la data del 30 novembre 1919. Esattamente cento anni fa. La Lettera apostolica è il primo documento sulle missioni emanato da un Papa. Offre ancora orientamenti preziosi per l’opera missionaria nel presente: Papa Francesco ha indetto il “Mese missionario straordinario” celebrato dalla Chiesa universale lo scorso ottobre proprio prendendo le mosse dalla ricorrenza del centenario di pubblicazione di quel documento del suo predecessore Giacomo Della Chiesa. E anche gli studi recenti – come quelli della professoressa Elisa Giunipero, direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica – confermano con nuovi contributi che quella “Magna Charta” delle missioni cattoliche ha origini cinesi.

Già a quel tempo, le travagliate vicende della Cina aiutarono anche la Santa Sede a far maturare un nuovo sguardo sui criteri da seguire nell’opera missionaria, per renderla più conforme alla natura stessa dell’annuncio cristiano.

Nel periodo storico precedente alla pubblicazione della Maximum illud, aveva toccato il suo apice l’intreccio più perverso tra le attività missionarie e le politiche di aggressione imperialista delle potenze occidentali verso l’Impero cinese retto dalla dinastia Qing, nella sua fase terminale. Quando Inghilterra, Stati Uniti e Francia avevano imposto alla Cina gli ignobili «trattati ineguali» che inauguravano la penetrazione coloniale, in tutti e tre i casi a fare da interpreti per i nuovi conquistadores c’erano dei missionari.

Nel 1902, l’accademico di Francia Fernand Brunetière poteva scrivere che: «In Estremo Oriente i missionari sono i migliori informatori e gli agenti più sicuri dei nostri diplomatici». I trattati sempre più umilianti che gli occidentali imponevano ai cinesi a colpi di cannone includevano anche privilegi sempre più estesi per l’attività missionaria.

Già allora, i missionari e gli uomini di Chiesa più avveduti si accorsero di quanto fosse deleteria, per la stessa azione apostolica, la sua connessione servile con gli interessi strategici dei poteri occidentali. «I cinesi», scriverà più tardi Celso Costantini, chiamato a diventare nel 1922 primo delegato pontificio nella Cina post-imperiale, «subirono la formidabile serie di perdite e di umiliazioni per opera delle missioni cristiane, e videro le missioni strettamente connesse con la politica aggressiva delle nazioni estere».

Nei primi lustri del Novecento, la Santa Sede si era mossa nel tentativo di recidere l’intreccio tra attività missionaria e interessi coloniali. Mentre negli ambienti ecclesiali e missionari di allora, diventava incandescente il confronto su come favorire anche in Cina la nascita di una Chiesa locale, slegata da qualsiasi protettorato straniero.

In quegli anni, in prima linea nell’indicare l’urgenza di un cambio di passo c’erano in particolare due missionari lazzaristi, Antonio Cotta e Vincent Lebbe, che operava a Tianjin. Nel 1916 si era arrivati al cosiddetto «incidente di Laoxikai», esploso quando il consolato francese aveva provato a occupare con la forza i terreni intorno alla cattedrale cattolica di Tianjin per includerli nel proprio compound: proprio il missionario belga Lebbe aveva guidato la protesta dei cittadini cinesi contro l’imperialismo francese, con il risultato di essere espulso dal Vicariato apostolico di Tianjin.

Le intuizioni e gli allarmi di Cotta e Lebbe venivano comunque tenuti in considerazione a Roma. Nei loro memoriali, inviati e studiati presso la Congregazione di Propaganda Fide, emergeva chiaramente che i cinesi non avevano bisogno di un «superbattesimo» coincidente con lo stato di sottomissione sine die alle congregazioni religiose straniere. Bastava seguire anche in Cina la via indicata negli Atti degli Apostoli: l’opera missionaria, intesa come invio di persone da terre lontane, doveva essere solo la fase iniziale e provvisoria, come del resto era avvenuto in età apostolica. Poi, la competenza dell’attività missionaria sarebbe dovuta passare alle comunità locali. Ma questo processo era ostacolato proprio dalla percezione della Chiesa come realtà paracoloniale asservita ad interessi di potenze straniere.

Davanti all’emergenza cinese, alcuni Vicari apostolici operanti in Cina sollecitarono un pronunciamento da parte della Santa Sede. Nelle loro intenzioni, tale intervento doveva essere rivolto solo ai vescovi della Cina. Invece, il Papa e i suoi collaboratori scelsero di allargare l’orizzonte, prendendo spunto dal caso cinese per affrontare emergenze diffuse e fornire indicazioni ritenute utili per orientare in ogni luogo la missione universale della Chiesa.

La Maximum illud fu il risultato di questo processo, e in alcuni passaggi riprende parola per parola considerazioni contenute nei memoriali inviati a Roma dal lazzarista Cotta. Il Papa nella Lettera affermava che il nazionalismo può diventare pestis teterrima, «la più triste delle piaghe» per l’annuncio del  Vangelo.

Nel documento, il tema missionario appare determinato anzitutto dall’assecondare il dono dello Spirito Santo e non dall’urgenza di arruolare o di arringare militanti. Si ripete che il cristianesimo non è una civiltà terrena da propagare con strategie di conquista, ma una cittadinanza celeste. Riguardo all’asservimento dell’azione missionaria a interessi di egemonia politica, Benedetto XV, con il linguaggio del tempo, fa notare tra le altre cose che «gli uomini, per quanto barbari e selvaggi, capiscono piuttosto bene che cosa cerchi per sé e cosa chieda loro il missionario, e col fiuto riconoscono con grande sagacia (sagacissimeque odorando perspiciunt) se egli desideri qualcos’altro che non sia il loro bene spirituale».

Quando un missionario si adopera per gli interessi del proprio Paese di provenienza, e non ha come unico bene da perseguire la salvezza delle anime – faceva notare il Vescovo di Roma – sorgono inevitabili sospetti tra la popolazione, «indotta a credere che la religione cristiana sia qualcosa che appartiene a una qualche nazione straniera, abbracciando la quale religione uno sembra mettersi sotto la tutela e il potere di un altro Paese e sottrarsi alla legge del proprio». Invece la fede cristiana, «abbracciando tutti gli uomini che adorano Dio in spirito e verità, non è straniera ad alcuna nazione».

Il Papa giudicava come deplorevole la possibilità stessa di vedere all’opera «missionari così dimentichi della propria dignità da pensare più alla loro Patria terrena che a quella celeste», e «preoccupati più del dovuto di dilatarne la potenza e di estenderne anzitutto la gloria. Sarebbe questa – rimarcava Papa Della Chiesa cent’anni fa  la più triste piaga dell’apostolato». Benedetto XV rivelava anche il «grande dispiacere» provocato da «quelle riviste missionarie diffuse in questi ultimi anni, che manifestano non tanto il desiderio di dilatare il regno di Dio quanto di allargare l’influenza del proprio Paese».

Già allora, le reazioni più velenose alla Lettera si registrarono all’interno della Chiesa. Parte degli ecclesiastici e dei religiosi occidentali operanti nei territori di missione misero in atto un sabotaggio lamentoso delle linee ispiratrici della Maximum illud. Da Roma erano giunti suggerimenti profetici, che potevano aiutare tutti a riscoprire le autentiche sorgenti di grazia dell’opera apostolica, e venivano accolti con indifferenza calcolata da tanti “addetti ai lavori”, ripiegati nella difesa delle proprie posizioni.

Nel febbraio 2024, la Segreteria di Stato fu costretta ancora a diffondere una nota per ribadire che in Cina «non bisogna esigere indennità per l’uccisione di un missionario, dato che è estraneo allo spirito della Chiesa chiedere dei compensi pecuniari per il sangue dei martiri». Anche le reazioni degli apparati politici e clericali di allora appaiono affini, per ragioni reali e contenuti, alle operazioni di tanti circoli politico-clericali impegnati a tempo pieno a distorcere e occultare i criteri che guidano la Chiesa di Roma nei suoi rapporti con la Cina di oggi.

In un tempo in cui anche sugli scenari geopolitica, ad ogni latitudine, si moltiplicano i circoli, le lobby e gli apparati di potere ansiosi di usare anche le difficoltà e le sofferenze dei cristiani come strumento di propaganda delle rispettive strategie di predominio.


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Guerra comercial USA-China

En la guerra comercial entre Estados Unidos y China, los dos pierden

Banco Mundial/Chhor Sokunthea
World Bank/Chhor Sokunthea

5 Noviembre 2019

Las tarifas arancelarias impuestas por la administración de Donald Trump a China, que desencadenaron la guerra comercial entre los dos colosos económicos, han beneficiado a terceros pero, de continuar, compromete la estabilidad de la economía mundial. Los empresarios y consumidores norteamericanos pagan el precio más alto.

La disputa arancelaria  entre China y Estados Unidos solo deja perdedores, con otros países recogiendo algunos de los beneficios, pero es probable que la situación se deteriore a menos que los dos gigantes económicos lleguen a un acuerdo, según un estudio preparado por expertos de la Conferencia de las Naciones Unidas sobre el Comercio y el Desarrollo.

De acuerdo con los datos de los primeros seis meses del año, la mayor parte del costo de los aranceles estadounidenses se ha transferido a los consumidores y las empresas estadounidenses.

“Los consumidores estadounidenses están pagando los aranceles (…) en forma de precios más altos”, dijo Alessandro Nicita, economista de la UNCTAD, que añadió que también otros que los pagan son las empresas importadoras norteamericanas.

Las medidas iniciadas por los Estados Unidos, implementadas a mediados del año pasado, también han afectado al gigante asiático, por un valor de 35.000 mil millones.

Los consumidores estadounidenses están pagando los aranceles.

El sector manufacturero chino más afectado ha sido el de las computadoras, junto con los de equipamiento de oficina y comunicación, ya que las importaciones estadounidenses desde China de tales componentes sufrieron una reducción de 15.000 millones y el comercio de bienes en esos sectores cayó en un promedio del 55% debido a los nuevos aranceles.

Según el análisis, el comercio de bienes en sectores como el de los productos químicos, los muebles, los instrumentos de precisión y la maquinaria eléctrica también disminuyó sustancialmente.

Las pérdidas de EE. UU. y China, ganancias para otros

Aproximadamente, 21.000 millones, o el 63 por ciento de los 35.000 millones en pérdidas de exportaciones chinas, se desviaron a terceros países, mientras los 14.000 millones restantes simplemente desaparecieron o fueron recogidos por los productores estadounidenses.

Entre los terceros países que han suplido parte de la demanda de los 35.000 millones de pérdidas en exportaciones chinas, destaca Taiwán, que ha aportado unos 4200 millones en la primera mitad de 2019.

Otros ganadores comerciales de las medidas incluyen a México, con alrededor de 3500 millones, la Unión Europea, con unos 2700, y Vietnam, con 2600, aunque los efectos positivos para ellos han aumentado en los últimos meses, precisa la UNCTAD.

Corea, Canadá e India también se beneficiaron, con ganancias “sustanciales” que van desde 900 millones a los 1500  millones.

Otros países del sudeste asiático recogieron el resto de las bajas provocadas por los aranceles, al tiempo que los países africanos solo vieron beneficios “mínimos”.

Resistencia de las empresas chinas

Zha Minjie
Un día clareado en la capital de China.

La agencia de la ONU también señaló que hay evidencia de que los exportadores chinos pueden haber comenzado a asumir parte de los costos de los aranceles al reducir los precios de exportación.

No obstante, la UNCTAD destaca la resistencia de las empresas chinas, que mantienen el 75% de sus exportaciones a los Estados Unidos, a pesar de los “sustanciales” aranceles impuestos.

La guerra comercial es una advertencia global

Pese a que algunos terceros países han recogido los beneficios de la guerra comercial, esta contienda está comprometiendo la economía mundial.

“Los resultados del estudio sirven como una advertencia global; una guerra comercial en una situación de pérdidas no solo está perjudicando a los principales contendientes, sino que también compromete la estabilidad de la economía global y el crecimiento futuro”, dijo la directora de comercio internacional y productos básicos de la UNCTAD, Pamela Coke Hamilton.

“Esperamos que un posible acuerdo comercial entre Estados Unidos y China pueda reducir las tensiones comerciales”, añadió.

Si bien el informe de la UNCTAD no considera el impacto de los aranceles chinos en las importaciones de los Estados Unidos, sugiere que el resultado es “muy probable” que sea el mismo: “precios más altos para los consumidores chinos, pérdidas para los exportadores estadounidenses y ganancias comerciales para otros países”.

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El Cardenal Etxegaray y la iglesia católica en China.

Etchegaray, l’amico della Cina

La passione per la Chiesa e per il mondo del cardinale appena scomparso aveva le sue prefererenze.Tra i suoi prediletti c’erano i cattolici cinesi, senza distinzioni. E le sue intuizioni già indicavano il cammino che ha condotto anche all’accordo tra Pechino e Santa Sede sulle nomine dei vescovi

Il cardinale Etchegaray

ROMA. La passione cristiana di Roger Etchegaray – il grande cardinale che ci ha lasciato mercoledì scorso, a 96 anni – aveva come orizzonte il mondo. La sua stessa fede in Cristo e nella salvezza da lui promessa alimentava la sua apertura cattolica piena di simpatia per le vicende dei popoli, delle nazioni, delle società e di tutte le comunità di battezzati. Anche per questo, il Papa “geopolitico” Giovanni Paolo II aveva valorizzato il suo temperamento, la sua curiosità e il suo ecumenismo di buona lega conciliare (nel senso del Concilio Vaticano II, a cui Etchegaray aveva preso parte come perito), inviandolo talvolta come suo rappresentante nei punti di frattura del mondo, quando il porporato francese era a capo dei dicasteri vaticani di Justitia et Pax e di Cor Unum.  Ma la passione per la Chiesa e il mondo del “basco universale” Etchegaray (così l’ha definito su la Croix Isabelle de Gaulmyn) aveva anche le sue predilezioni. Tra i suoi amori speciali c’era sicuramente la Cina. E tra i suoi prediletti c’erano i cattolici cinesi. Tutti i cattolici cinesi, senza distinzioni.

L’incontro di Etchegaray con la Cina e la sua Chiesa era per certi versi scritto nel destino. Il futuro cardinale era nato a Espelette, un piccolo villaggio dei Paesi Baschi francesi, nella regione dove affondavano anche le radici familiari del grande “Apostolo d’Oriente” Francesco Saverio, il santo gesuita compagno di Ignazio di Loyola. A soli cento metri dalla casa di famiglia di Etchegaray  aveva vissuto anche padre Armand David, il grande missionario-naturalista che alla metà dell’Ottocento aveva girato la Cina in lungo e in largo in tre missioni successive, facendo conoscere in Occidente anche il il panda, l’orso nero e bianco diventato poi simbolo del Wwf.

Riguardo alla Cina, da vescovo e poi da cardinale, Etchegaray aveva preso alla lettera il proverbio cinese secondo cui «vedere una cosa una volta vale più che sentirne parlare cento volte». Aveva compiuto il suo primo dei suoi 4 viaggi in Cina addirittura nel 1980, come arcivescovo di Marsiglia, primo ecclesiastico occidentale a varcare la soglia della Repubblica popolare cinese allora guidata da Deng Xiaoping sulla via della “apertura”, dopo gli anni oscuri e dolorosi della Rivoluzione Culturale. Quella volta, i membri della Conferenza consultiva politica del popolo cinese lo avevano assediato di domande, chiedendogli anche come riusciva a esercitare la sua autonomia di vescovo di Marsiglia senza subire «l’imperialismo» del Papa. Il vicepresidente dell’Assemblea nazionale, il mongolo Ulanfu, in quel suo primo viaggio lo presentò agli altri membri come «l’alto funzionario di una grande religione occidentale», credendo di rendergli omaggio. Già in quell’occasione, il vescovo venuto dalla Francia aveva provato a spiegare ai funzionari comunisti che le comunità cattoliche cinesi, comprese quelle che rimanevano “sotterranee” e non si adeguavano alla politica religiosa governativa, in realtà chiedevano solo un minimo di libertà per vivere e testimoniare la propria fede.

Nei suoi rapporti cinesi Etchegaray ha sempre mostrato discrezione e accortezza. «Con intelligenza e umiltà, come “una rana che guarda il cielo dal fondo di un pozzo”» – ha scritto la sinologa cattolica Monica Romano, citando il sottotitolo del libro dedicato dal cardinale ai suoi incontri cinesi – «Etchegaray guardava alla grande Cina e alla complessa situazione della Chiesa con intelligenza e umiltà. Aveva capito che “si può conoscere la Cina solo se la si ama”».Dopo il suo primo viaggio, il cardinale aveva raccontato di aver cominciato a pregare ogni sera «per il popolo cinese e per la Chiesa in Cina». E nel contempo, ci teneva a far sapere che nei suoi viaggi cinesi non andava «a negoziare alcunché a nome della Santa Sede», perché «non è di mia competenza». Sapeva di muoversi su un terreno scivoloso, e accettava il rischio di esporsi a incomprensioni, equivoci e potenziali strumentalizzazioni. E dovette sopportare anche manganellate e sberleffi mediatici dai petulanti zeloti arruolati a tempo pieno a fustigare cattolici cinesi e Vaticano, accusandoli di “calare le braghe” davanti agli apparati di Pechino.

Come autorevole rappresentante della Curia Romana, Etchegaray potè registrare e testimoniare che la ricerca di un dialogo con la Cina comunista per provare a rendere meno faticoso il cammino dei cattolici cinesi è stata una linea costante perseguita negli ultimi decenni dalla Santa Sede, e giunta a maturazione con il pontificato di Papa Francesco. «Giovanni Paolo II» ricordava Etchegaray in un’intervista rilasciata alla rivista 30Giorni subito dopo la morte del Papa polacco «non ha cessato di girare intorno alla Cina popolare. Facendo ricorso a ogni mezzo possibile, ha colto ogni minima occasione per esprimere la sua affettuosa attenzione nei confronti dei cattolici cinesi. Ha dedicato alla Cina 51 dichiarazioni. Nell’83 ha scritto una lunga lettera a Deng Xiaoping, rimasta senza risposta. Non è mai potuto entrare in Cina, ma per avere maggiori possibilità di realizzare il suo più bel sogno apostolico è arrivato a rifiutare i reiterati inviti di Taiwan».

Nella stessa intervista, il cardinale francese rimarcava che «chi oggi chi descrive la condizione della Chiesa in Cina come se nulla fosse cambiato rispetto alla fine degli anni Settanta, invece di prendere atto dei fatti nuovi, secondo me fa un’operazione di disinformazione».

La lucidità di sguardo alimentata dalla fede lo aiutò a cogliere quali erano i nodi da sciogliere, anticipando approcci e criteri di orientamento che più tardi si sarebbero ritrovati nella Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (2007) e avrebbero guidato la Santa Sede a sottoscrivere con il governo di Pechino l’accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi cattolici cinesi.

Etchegaray confutava in maniera efficace la fake news secondo cui in Cina c’erano due Chiese, una sottomessa al Papa e una al Partito. Riconosceva che la parte della Chiesa riconosciuta dal governo era condizionata e controllata attraverso l’Associazione patriottica, ma questo non impediva alle diocesi di godere di una sufficiente libertà nel ministero pastorale, e di seguire le direttive romane nell’insegnamento e nella disciplina ecclesiastica. La larga maggioranza dei vescovi ordinati in passato senza mandato apostolico avevano chiesto e ottenuto in seguito la legittimazione canonica della loro nomina da parte della Santa Sede.

Etchegaray riconosceva e attestava che la martellante propaganda dei primi decenni comunisti, mirante a prefigurare una Chiesa cinese senza vincoli con la Sede apostolica, non aveva spento o ingannato il sensus fidei dei cattolici cinesi. E forse anche per i travagli patiti, tra di loro si registrava una percezione dell’importanza della successione apostolica per la vita della Chiesa, che magari non è testimoniata altrove. «Ripenso spesso» raccontò lo stesso Etchegaray «a ciò che un vecchio vescovo cinese disse a un ospite occidentale indicando il pavimento della sua dimora: “Sotto i miei piedi abbiamo nascosto i resti del primo vescovo. Sono lì da trent’anni. Siamo in pochi a saperlo. Non sai cosa significhi la Tradizione apostolica. È la trasmissione fino a noi del Vivente. È questa la Chiesa. Quelle ossa sono sacre. Sono il legame con la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi».

L’apostolicità della Chiesa era il criterio che occorreva seguire anche per orientarsi nella controversia sulle interferenze del potere politico cinese nelle nomine dei vescovi. Il perpetuarsi di ordinazioni senza il consenso del Papa anche dopo l’anno Duemila costituiva per Etchegaray «un fatto molto grave che tocca l’ecclesiologia». Ma «la storia» ricordava anche in quegli anni il cardinale «mostra che soluzioni ragionevoli possono essere trovate sotto tutti i climi politici». E ricordando l’accoglienza ricevuta nel suo primo viaggio da Ulanfu, che lo aveva presentato come dignitario di una “religione occidentale”, faceva anche notare che negli ultimi decenni «forse la Chiesa in Cina, insieme a tante sofferenze, ha ricevuto anche un dono inatteso: adesso in Cina nessuno può presentare la Chiesa come una organizzazione religiosa “straniera”. Mi pare un punto da custodire: un cinese non deve prima diventare occidentale per sperimentare la tenerezza di Gesù verso ogni uomo. Era questa la strada indicata dal grande gesuita Matteo Ricci: che la Chiesa in Cina sia pienamente cattolica e pienamente cinese».


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China: otra ordenación episcopal tras los acuerdos China-Vaticano.

Consagran a un segundo Obispo en China con Mandato Pontificio

Dos días después de la consagración del Obispo de Jining/Wulanchabu, hoy en China se realizó la ordenación episcopal de Stephen Xu Hongwei, de la diócesis de Hanzhong, en el noroeste del país, provincia de Shaanxi.

Barbara Castelli – Ciudad del Vaticano

El Acuerdo Provisorio entre la Santa Sede y la República Popular China, firmado en Pekín el 22 de septiembre de 2018, está dando sus frutos en el marco de la comunión y la armonía. Hoy, con Mandato Pontificio, Monseñor Stephen Xu Hongwei ha sido consagrado Obispo Coadjutor de Hanzhong.

La ceremonia tuvo lugar en un ambiente solemne y participativo, en presencia de todos los Obispos de la provincia de Shaanxi.

Los pasos de un diálogo fructífero

El lunes pasado, también con Mandato Pontificio, como ha declarado ayer el Director de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, Matteo Bruni, otro prelado, Monseñor Antonio Yao Shun, Obispo de Jining/Wulanchabu, en Mongolia Interior, había sido consagrado. Antes de cumplir un año de la firma del Acuerdo Provisorio sobre el nombramiento de Obispos, la vida de la Iglesia en China registra, dos acontecimientos significativos, “fruto de un acercamiento gradual y reciproco”, “estipulado después de un largo proceso de negociación reflexiva”. El Acuerdo, se lee en el comunicado que acompañó el anuncio de la firma conjunta, “prevé evaluaciones periódicas de su aplicación” y deja sobre el terreno una esperanza compartida de un “camino fructífero y previsor de diálogo institucional”, que contribuya “positivamente a la vida de la Iglesia católica en China, al bien del pueblo chino y a la paz en el mundo”.


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Los países en desarrollo no son los culpables del cambio climático

Los países en desarrollo no son los responsables de las emisiones históricas de carbono, dice líder aerolínea

Aerolíneas Xiamen
La aerolínea china Xiamen realiza vuelos temáticos en apoyo de los Objetivos de Desarrollo Sostenible y lleva a cabo acciones para reducir sus emisiones de carbono.

12 Julio 2019

El presidente de las aerolíneas chinas Xiamen asegura en un debate en la ONU que los emisores de dióxido de carbono son los que deben “asumir una mayor responsabilidad para mejorar el problema” que plantea el cambio climático.

 

Zhao Dong, presidente de las aerolíneas chinas Xiamen, intervino este viernes en el Foro Político de Alto Nivel sobre Desarrollo Sostenible en Nueva York, donde consideró que los países en desarrollo no deberían ser responsables de “las emisiones de carbono acumuladas a lo largo de la historia”.

“Como representantes de la industria de la aviación, creemos que es muy importante promover la ‘acción climática’ acordada en los Objetivos de Desarrollo Sostenible e implementar el Acuerdo de París”, dijo el presidente de estas aerolíneas en un panel sobre el Objetivo número 13 de la Agenda 2030 dedicado a la adopción medidas urgentes para combatir el cambio climático y sus efectos.

Dong explicó que por esa razón hace dos años firmó un acuerdo con la ONU para hacer de Xiamen “las primeras aerolíneas del mundo en apoyar los Objetivos“.

Con la adopción hace cuatro años tanto de la histórica Agenda 2030 como del Acuerdo de París sobre el cambio climático, los líderes mundiales acordaron un plan de acción para promover el bienestar y la dignidad para todos en un planeta sano.

A medida que se desarrolla el cambio climático, los cambios de temperatura y los eventos climáticos cada vez más extremos amenazan esta visión.

El 13, un Objetivo fundamental

Con la acción climática intrínsecamente vinculada a todas las esferas de la vida en la Tierra, el Objetivo número 13 es fundamental para lograr todos los demás. Por lo tanto, el aumento estratégico de la acción climática a través del Acuerdo de París y la Agenda 2030 y la gestión de las compensaciones es sinérgicamente decisiva para lograr ambas agendas.

Además, los impactos del cambio climático, incluidos los fenómenos meteorológicos extremos, presentan desafíos para los viajes y la industria de la aviación.

El Objetivo número 13 es fundamental para lograr todos los demás.

“Creo que, para reducir las emisiones de la aviación a nivel mundial, debemos seguir la orientación de la Convención Marco de las Naciones Unidas sobre el Cambio Climático y el Acuerdo de París, y establecer un modelo de gobernanza basado en contribuciones determinadas a nivel nacional, complementado por las consultas y el diálogo internacional”, dijo Zhao.

En su opinión, el Plan de reducción y compensación de emisiones de carbono para la aviación internacional (CORSIA) “no es justo” al poner en los países en desarrollo la responsabilidad principal de reducir las emisiones de carbono y eximir a los quienes las aumentaron históricamente.

Para Dong, son los principales emisores los que tienen que “asumir una mayor responsabilidad para mejorar el problema”.

Según el informe sobre el medio ambiente de la Organización de Aviación Civil Internacional (OACI), que pertenece al sistema de las Naciones Unidas, el aumento de las temperaturas globales causadas por las emisiones de gases de efecto invernadero afectará a toda la industria aeronáutica ya que impactará la capacidad de vuelo de los aviones y el aumento del nivel del mar afectará a los aeropuertos.

Xiamen apoya la Agenda 2030

Después de que Xiamen firmó el acuerdo con la ONU para apoyar la Agenda 2030, las aerolíneas emprendieron una docena de proyectos relacionados con la mejora de la seguridad y el ahorro de energía.

Las aerolíneas emprendieron una docena de proyectos relacionados con la mejora de la seguridad y el ahorro de energía.

Zhao explicó que, por ejemplo, “cada año se desarrollan hasta 70 medidas de ahorro de energía y reducción de emisiones”, como llenar el agua potable del avión de acuerdo con el factor de carga del pasajero, y limpiar el motor dinámicamente.

Actualmente, estamos buscando alternativas a los suministros de cabina de plástico, como las copas de pulpa de bambú”, explicó. “En cuanto a las operaciones con bajas emisiones de carbono, Xiamen Airlines opera una de las flotas más jóvenes del mundo, con una antigüedad promedio de solo 5,7 años, que supera a sus homólogas en eficiencia de combustible y rendimiento aerodinámico, por lo que reduce efectivamente las emisiones de carbono”.

Según el presidente de la compañía, Xiamen ha “reducido las emisiones de carbono en un 20% y un 14% en comparación con los modelos alternativos”.

También dijo que la aerolínea tiene “el único avión del mundo con el logo de los Objetivos de Desarrollo Sostenible, llamado ‘United Dream’, que lleva a cabo vuelos temáticos sobre las metas de la Agenda 2030.

Para concluir, aseguró que, en el futuro, espera “soluciones para una energía limpia más eficiente y rentable que conduzca a la industria de la aviación al desarrollo sostenible”.


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Orientaciones pastorales del Vaticano para los obispos y sacerdotes de China

2018.09.21 Dialogo con la Cina – Cattolici pregano davanti alla Basilica di Nostra Signora de Sheshan in Shanghai2018.09.21 Dialogo con la Cina – Cattolici pregano davanti alla Basilica di Nostra Signora de Sheshan in Shanghai EDITORIAL

Sugerencias para el Clero chino en el respeto de la libertad de conciencia

Las Orientaciones pastorales de la Santa Sede para Obispos y sacerdotes ante la solicitud de las autoridades gubernamentales de inscribirse civilmente: la salvaguarda de la doctrina católica y de la conciencia

ANDREA TORNIELLI

Absoluto respeto a la libertad de conciencia de cada uno, cercanía y comprensión de la situación que aún viven las comunidades católicas, sugerencias para opciones operativas concretas que permitan al Clero chino inscribirse sin dejar de lado lo que la Iglesia católica ha siempre creído sobre la comunión con el Sucesor de Pedro. Es esto lo que contiene la Nota de la Santa Sede sobre las Orientaciones Pastorales para los Obispos y sacerdotes de la República Popular China.

En el origen del documento están las muchas preguntas llegadas al Vaticano por parte del Clero de China. ¿Qué comportamiento adoptar ante la urgente solicitud de inscribirse de acuerdo a lo establecido por la ley por las autoridades políticas? ¿Qué hacer con el dilema de la conciencia representado por algunos textos problemáticos que a menudo se les pide que firmen?

Ante estos interrogantes, la Santa Sede responde sobre todo reafirmando un principio general fundamental: debe ser respetada la libertad de conciencia y, por lo tanto nadie puede ser obligado a dar un paso que no tiene la intención de realizarlo.

La firma del Acuerdo Provisorio entre la Santa Sede y la República Popular China sobre el nombramiento de Obispos de septiembre de 2018 ha iniciado un camino nuevo en las relaciones chino-vaticano y ha llevado al primer resultado importante de la plena comunión de todos los obispos chinos con el Papa. Pero no todas las dificultades se han resuelto: el Acuerdo representa, de hecho, sólo el principio de un camino. Una de las dificultades actuales se refiere a la petición dirigida a los sacerdotes y obispos para que se inscriban oficialmente ante las autoridades, tal y como prescribe la legislación china. A pesar del compromiso de querer encontrar una solución aceptable y compartida, en diferentes regiones de la República Popular China se proponen a los sacerdotes textos para firmar que no están conformes con la doctrina católica, que crea comprensibles dificultades de conciencia, ahí donde se les pide aceptar el principio de independencia, autonomía y autogestión de la Iglesia en China.

La situación actual es muy diferente a la de los años Cincuenta, cuando se intentó crear una Iglesia nacional china separada de Roma. Hoy, gracias al Acuerdo Provisorio, las autoridades de Pekín reconocen el rol peculiar del Obispo de Roma en la elección de los candidatos al episcopado y, por tanto, su autoridad como pastor de la Iglesia Universal. La Santa Sede continúa trabajando, para que toda declaración, requerida en el momento de la inscripción, se ajusten no sólo a las leyes chinas, sino también a la doctrina católica y, por lo tanto, aceptables para los Obispos y sacerdotes.

Teniendo en cuenta la situación particular que viven las comunidades cristianas del País, en espera de superar definitivamente el problema, la Santa Sede sugiere, por tanto, una posible modalidad concreta para permitir a la persona que se encuentra en duda, pero deseosa de inscribirse, pueda resolver sus reservas.

Se trata de una sugerencia que se introduce en el surco inaugurado por la Carta a los católicos chinos publicada en mayo de 2007 por Benedicto XVI. En ese texto, el Papa Ratzinger reconocía que «en bastantes casos concretos, si no en casi todos, en el proceso de reconocimiento intervienen organismos que obligan a las personas implicadas a asumir actitudes, a realizar gestos y a adquirir compromisos que son contrarios a los dictámenes de su conciencia como católicos». Y agregaba: «Comprendo, pues, lo difícil que resulta determinar en estas diversas condiciones y circunstancias la opción correcta para actuar. Por este motivo la Santa Sede, después de reafirmar los principios, deja la decisión a cada Obispo que, después de escuchar a su presbiterio, está en condiciones de conocer mejor la situación local, sopesar las posibilidades concretas de opción y valorar las eventuales consecuencias dentro de la comunidad diocesana». Hace doce años atrás, por lo tanto, el Papa mostraba comprensión y, de hecho, autorizaba a cada uno de los Obispos a decidir pensando en primer lugar en el bien de sus respectivas comunidades.

Hoy la Santa Sede realiza una ulterior etapa de carácter pastoral en el camino emprendido y en un contexto objetivamente diferente del pasado. Con las Orientaciones Pastorales ahora publicadas, se sugiere la posibilidad de que los Obispos y sacerdotes pidan, en el momento de la inscripción, que se añada una frase escrita, donde se afirme que la independencia, autonomía y autogestión de la Iglesia se entienden sin dejar de lado la doctrina católica. Es decir, como independencia política, autonomía administrativa y autogestión pastoral, la misma que viven todas las Iglesias locales del mundo. Si no será permitido hacer el añadido por escrito, al Obispo o sacerdote que quiere inscribirse se sugiere la oportunidad de hacer esta puntualización al menos verbalmente, posiblemente en presencia de un testigo. Y también se le pide que informe inmediatamente a su propio Obispo de la inscripción y de las circunstancias en las que se ha realizada. En cambio, quien no esté seguro de inscribirse en estas condiciones, no debe sufrir presiones indebidas.

Es evidente el origen del documento: una mirada realista a la situación existente y a las dificultades aún presentes, la intención de ayudar a quien se encuentra en la duda respetando siempre la conciencia de cada uno en la conciencia de los sufrimientos sufridos, la voluntad de contribuir a la unidad de los católicos chinos y de favorecer el público ejercicio del ministerio episcopal y sacerdotal para el bien de los fieles: de hecho, la clandestinidad, como escribía Benedicto XVI en su Carta, «no está contemplada en la normalidad de la vida de la Iglesia». También entre las líneas de esta última Nota de la Santa Sede se vislumbra la ley suprema de la “salus animarum”, la salvación de las almas, y la intención de cooperar por la unidad de las comunidades católicas chinas, según una mirada evangélica que manifiesta cercanía y comprensión por lo que han vivido y están viviendo los fieles en China. En su Mensaje del 26 de septiembre de 2018 a los católicos chinos, el Papa Francisco había expresado «sentimientos de gratitud al Señor y de sincera admiración — que es la admiración de toda la Iglesia católica — por el don de vuestra fidelidad, de la constancia en la prueba, de la arraigada confianza en la Providencia divina, también cuando ciertos acontecimientos se demostraron particularmente adversos y difíciles».

Finalmente, hay que decir con claridad: no hay ingenuidad en las Orientaciones Pastorales. La Santa Sede es consciente de las limitaciones y de las “presiones intimidatorias” que sufren muchos católicos chinos, pero quiere demostrar que se puede mirar hacia adelante y caminar sin desviarse de los principios fundamentales de la comunión eclesial. Es la diligencia del Papa la que permite anclar estas Orientaciones sobre la esperanza cristiana, siguiendo al Espíritu que impulsa a la Iglesia a escribir una página nueva.


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China: vuelve la bicicleta frente a la contaminación atmosférica

La bicicleta vuelve por sus fueros en China con el propósito de combatir la contaminación

Yimin Feng
Jóvenes en bicicleta en Hangzhou, China

4 Junio 2019

Los coches llegaron a remplazar a la bicicleta como principal medio de transporte en muchas ciudades chinas, pero el grave problema de contaminación ambiental, sumado a los avances de la tecnología digital y las corrientes de pensamiento del siglo 21 está impulsando el regreso de ese vehículo tradicional.

China llegó a ser considerado el reino de las bicicletas, con ciclistas transitando las calles de todas las ciudades del país. Pero en los últimos 40 años, la pujante prosperidad de la economía y la urbanización de China generaron un cambio en su población, que optó por los vehículos automotores para transportarse, causando un peligroso deterioro en la calidad del aire.

El comerciante y explorador veneciano Marco Polo describió alguna vez la ciudad de Hangzhou, en el este del país, como “la más elegante y espléndida del mundo”. Hoy, la vida moderna ha tenido un efecto devastador y el nivel de contaminación del aire que respiran sus habitantes se encuentra muy por encima del que la Organización Mundial de la Salud considera seguro en términos de sanidad.

Para mejorar la salud pública y el medio ambiente, las autoridades de Hangzhou promueven activamente el ciclismo con la tecnología digital como aliada, lo que ha conseguido reducir la polución. Otras ciudades han empezado a seguir este ejemplo.

Durante la última década, el gobierno local ha mejorado la infraestructura para el ciclismo, creando carriles y señales de tráfico exclusivamente para ciclistas, y ha puesto a disposición pública casi 86.000 bicicletas. Una tarjeta inteligente permite que los usuarios accedan a todos los medios de transporte público, desde bicicletas hasta barcos y autobuses.

“El total de viajes en bicicleta suma 760 millones, una cifra casi equivalente a la mitad de la población de China”, dice Tao Xuejun, gerente general del Servicio de Bicicletas Públicas de Hangzhou. “Hasta el momento, más de 400 ciudades del país han adoptado nuestro proyecto. Nuestro sueño es promover este modelo en toda China y en el mundo.”

Según Tao, como resultado de estas iniciativas, el ciclismo se ha convertido en una opción popular tanto para los ciudadanos locales como para los turistas, y los esfuerzos de la compañía administrada por el gobierno han sido recompensados con el reconocimiento internacional, incluido el Premio Ashden de Turismo Sostenible en 2017.

Yimin Feng
Estacionamiento de bicicletas públicas en Hangzhou, China

 

Una aplicación que planta millones de árboles

Además de liderar el resurgimiento de la bicicleta en China, Hangzhou es origen de una innovadora manera de alentar un estilo de vida más sostenible con una aplicación para dispositivos móviles que ayuda a detener la desertificación, reducir la contaminación y plantar millones de árboles nuevos.

El programa “Bosque Hormiga” -­un programa con sede en Hangzhou de Alipay, empresa dueña de una aplicación de pagos y estilo de vida­-, insta a los usuarios a tomar decisiones pequeñas en la vida diaria que beneficien el medio ambiente, como ir en bicicleta en vez de manejar al trabajo o reciclar la ropa. Cuando los usuarios realizan actividades que reducen las emisiones de carbono, reciben puntos virtuales de “energía verde”.

Cuando los usuarios acumulan puntos virtuales suficientes, se planta un árbol real. Según la empresa Ant Financial se han plantado más de 100 millones de árboles gracias a las actividades bajas en emisiones de carbono de 500 millones de individuos, casi el 5% de la población mundial.

Beijing lucha para ver a través del esmog

Uno de los ejemplos internacionales más conocidos de contaminación peligrosa del aire es Beijing, la capital china.

De acuerdo con los autores de un informe de la ONU sobre el control de la contaminación en Beijing, el extraordinario desarrollo de la capital de China en las últimas dos décadas generó una grave y visible polución del aire debido a una combinación de factores entre los que destacan los contaminantes de carbón; el crecimiento del parque vehicular de motor, especialmente de camiones de carga; la industria pesada; y el polvo de edificios y carreteras.

Las partículas finas invisibles que flotan en el aire son en gran parte responsables de las muertes y enfermedades debidas a la contaminación. Las más pequeñas y mortíferas se llaman PM2.5 y son capaces de burlar las defensas del cuerpo y alojarse en los pulmones, el torrente sanguíneo y el cerebro. Los negocios, los edificios públicos y las casas emiten casi la mitad de las partículas PM2.5.

Hoy, la contaminación de partículas finas en Beijing está todavía 7,3 veces por encima del nivel anual seguro establecido por la OMS, pero los gobiernos local y regional han logrado mejorar la situación en los últimos años.

La concentración de partículas finas en el aire se ha reducido una tercera parte mediante el trabajo conjunto de estos gobiernos, cuya estrategia se ha valido de las herramientas legales, económicas y tecnológicas a su disposición para así superar la meta fijada por el Consejo de Estado, el principal órgano administrativo chino.

“Beijing ha alcanzado en muy poco tiempo mejoras impresionantes en la calidad del aire”, apuntó Dechen Tsering, directora de la Oficina Regional de la ONU para el Medio Ambiente en Asia y el Pacífico. “Es un buen ejemplo de cómo una ciudad grande en un país en desarrollo puede equilibrar la protección ambiental y el crecimiento económico”, agregó.

China es sede del Día Mundial del Medio Ambiente este 5 de junio de 2019, que tiene como tema la contaminación del aire. Los principales eventos de la jornada tendrán lugar en Hangzhou.

 

Ant Forest
El proyecto Bosque Hormiga ha plantado 217.000 árboles en el norte de la Región Autónoma de Mongolia, en China.