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El sínodo sobre la Amazonia: evaluación del Cardenal Barreto.

Barreto: sínodo continúa buscando en comunidad la voluntad de Dios

A casi dos semanas de haber vivido el Sínodo Amazónico, el Cardenal Pedro Barreto, arzobispo de Huancayo (Perú) y vicepresidente de la Red Eclesial Panamazónica (REPAM), relató a Vatican News su experiencia de lo que fue el Sínodo, celebrado durante el mes de octubre en la Ciudad del Vaticano.

Ciudad del Vaticano

El Cardenal Pedro Barreto, fue uno de los tres presidentes delegados nombrados por el papa Francisco para el Sínodo. Afirmó que este evento fue una experiencia fuerte de esperanza y de alegría, viendo que Roma junto con el Papa Francisco, se han “amazonizado”. “El Papa Francisco ha abierto los brazos, y nosotros con él queremos acoger a todos los hermanos y hermanas de cualquier raza, de cualquier cultura”, para sentirnos una sola familia en nuestra casa común que Dios nos ha regalado.

El Sínodo especial para la Amazonía se celebró del 6 al 27 de octubre, donde se reunieron 184 padres sinodales, 35 mujeres, 17 representantes de los pueblos amazónicos, así como expertos teólogos, todos reunidos alrededor del Sumos Pontífice, para escuchar, dialogar y discernir los rumbos de la Iglesia en la Amazonía, bajo la luz del Espíritu Santo.

Nuevos caminos

El purpurado dejó en claro su alegría al ver los rostros de personas indígenas en Roma, en el centro de la cristiandad, que alegraba el rostro del mismo Papa Francisco. Barreto dijo que esos indígenas “han dado un testimonio muy grande de fe”, y explicó que en el sínodo hubo “una gran comprensión de las culturas y un diálogo que ayuda a caminar como Iglesia, buscando nuevos caminos de evangelización y de aportar una ecología integral”.

Conciencia y conversión

Para el purpurado, el Sínodo ha sido una llamada a “tomar consciencia de la urgencia de trabajar juntos de manera consensuada para revertir el flagelo climático” que se vive en la actualidad. Explicó también que fue un tiempo de “con-ciencia”, siendo necesario escuchar a los científicos, pero también ser conscientes desde nuestra fe “para cuidar la vida y la madre tierra”, tal como la llama San Francisco de Asís en su cántico de las creaturas.

También fue un tiempo de conversión. Conversión primero hacia Dios, pero también hacia los hermanos y hermanas de diversas culturas, hacia la ecología, lo cual significa “la armonía con Dios, entre nosotros y también con la naturaleza creada por Dios”.

También dice haber vivido una conversión sinodal, a la cual el Papa ha insistido, señalando que el Sínodo es una reunión de personas creyentes “para buscar juntos, contemplando la realidad, escuchando los clamores de las personas y de la naturaleza, para poder cumplir, actuar de manera comunitaria según la voluntad de Dios”.

El Sínodo continua

Viendo los grandes desafíos y dificultades post-sinodales, el Cardenal dice asumir un compromiso personal junto con toda la Iglesia a una conversión concreta. Expresó que se vive un tiempo difícil, sin embargo, este es un tiempo esperanzador, tanto para la Iglesia como para la sociedad, a pesar de las contradicciones que podemos estar experimentando.


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El Sínodo sobre la Amazonia. Amplio comentario en italiano de A. Spadaro, S.J.

IL SINODO PER L’AMAZZONIA

Un affresco per la «casa comune»

Quaderno 4065

pag. 209 – 219

Anno 2019

Volume IV

2 novembre 2019
Voiced by Amazon Polly

L’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione panamazzonica si è appena conclusa. Offriamo qui alcune riflessioni a caldo sul valore di questa Assemblea sinodale – la quarta del pontificato di Francesco, dopo i due Sinodi sulla famiglia e il Sinodo sui giovani. Si possono infatti già discernere alcuni tratti fondamentali di questa esperienza che incideranno nella vita della Chiesa.

Un grande affresco dove tutto è connesso

Contemplando i lavori sinodali – e chi scrive li ha vissuti dall’interno come membro di nomina pontificia e parte della commissione per l’informazione – si ha l’impressione di avere davanti un affresco, quello dell’Apocalisse citata all’inizio del documento finale: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. E soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e vere”» (Ap 21,5). Tutto è sotto gli occhi di Cristo Signore e tutto chiede di essere rinnovato: la vita della Chiesa, la politica, l’economia, la custodia della casa comune, la liturgia.

Un grande affresco, dunque, dove tudo está interligado, tutto è connesso, come hanno talvolta cantato – e non solo detto – in Aula alcuni membri del Sinodo. A volte, per esprimersi, essi hanno fatto ricorso anche alla poesia della loro gente.

L’Assemblea è stata aperta il 6 ottobre con preghiere, canti e danze in una processione che ha accompagnato il Santo Padre dalla tomba di Pietro all’Aula sinodale.

L’affresco ha cominciato a essere dipinto il 19 gennaio 2018, quando, durante il viaggio apostolico di Francesco in Perù, è avvenuto lo straordinario incontro tra il Pontefice e 22 popoli indigeni a Puerto Maldonado. Lì Francesco ha esortato tutti a «plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno». Il «volto amazzonico» della Chiesa è stato ribadito chiaramente nel documento finale (nn. 42, 54, 55, 86, 92, 108, 115, 120).

Molti hanno espresso la chiara consapevolezza che tutto ciò che accade in Amazzonia ha una ripercussione sul mondo. Questa regione è una cassa di risonanza globale, sia biologica sia politico-economica sia socio-religiosa. L’Amazzonia è un banco di prova del mondo. E la regione è in fiamme: l’incendio deve essere spento. Mai come oggi i popoli indigeni, afro-discendenti, pescatori, migranti e le altre comunità tradizionali in Amazzonia sono minacciati da deforestazione, uniformazione e sfruttamento.

Questo affresco, fatto di grandi contrasti, in cui c’è violenza e bellezza, rapina e saggezza, è da guardare, comprendere e interpretare – lo ha detto il Papa nel suo discorso di apertura – con «occhi di discepolo» e «cuore pastorale». L’ermeneutica del Sinodo non è dunque neutra, perché «la nostra opzione previa è quella di discepoli».

Ma certamente questo è stato anche un Sinodo profondamente pastorale, che esprime una Chiesa che vuole «accompagnare» da «alleata» il cammino dei popoli. Il fatto che le tematiche siano state affrontate da pastori che vengono da una precisa regione del Pianeta – che condividono, se non le stesse risposte, certamente le stesse domande – ha evitato di porre le questioni in termini astratti. D’altra parte, la presenza di membri di altre aree geografiche o della Curia romana ha permesso di avere sempre presenti sia la dimensione locale sia quella universale della Chiesa. Anzi, si è compreso come ciò che si dice della parte abbia un riflesso immediato e diretto su tutto il corpo ecclesiale. Si è dunque fatta una forte esperienza di Chiesa.

La convocazione è chiaramente frutto di una intuizione di Francesco. Essa non era legata a un obiettivo preciso, ma a una urgenza calda come una patata bollente, che non si può facilmente maneggiare, ma neanche impastare in una torta ben rotonda. Il Papa ha percepito una precisa urgenza davanti a una terra che è in una corsa sfrenata verso la morte, e che esige cambiamenti radicali e una nuova direzione che consenta di salvarla.

Tuttavia il Sinodo non è stato organizzato per risolvere le grandi tensioni della regione con soluzioni facili, disciplinate, pronte all’uso. Per riflettere sull’Amazzonia sarebbe bene tenere sempre con sé L’ opposizione polare di Romano Guardini, volume così caro al Pontefice. L’Amazzonia è terra viva, e dunque di forti «opposizioni polari». Il Sinodo ha aperto un processo di approfondimento che dovrà tenere in caldo i temi emersi e confluirà in un’opera post-sinodale di attuazione.

Lo diciamo subito: la parola chiave del Sinodo – e dunque del Documento finale ­– è stata «conversione». A vari livelli: pastorale, culturale, ecologica e sinodale. L’unica conversione al Vangelo si è dispiegata in queste dimensioni interconnesse, e richiede la disponibilità a «nuovi cammini» e a un cambio di mentalità.

La periferia parla dal centro

L’esperienza della regione panamazzonica, che si estende nel territorio di nove nazioni (Guyana francese, Repubblica cooperativista della Guyana, Suriname, Venezuela, Colombia, Ecuador, Brasile, Bolivia e Perù), è stata convocata a Roma, e da Roma ha parlato. La periferia ha parlato dal centro, con la consapevolezza che la sua esperienza viene ascoltata come una voce profetica per tutta la Chiesa. E quindi, proprio per questo, è stata giudicata da alcuni scomoda. Questo è il punto: oggi la Chiesa ha un bisogno straordinario di profezia davanti alle grandi sfide del presente e per discernere quale futuro vogliamo costruire.

Roma è diventata luogo di ascolto profondo di esperienze del cattolicesimo considerate «periferiche» e di frontiera. L’approccio «missionario» è stato decisamente integrato con quello che valorizza l’esperienza cristiana dell’Amazzonia come significativa e profetica per la Chiesa universale. Dopo l’azione missionaria è necessario, infatti, che la Chiesa locale scopra i tratti specifici del proprio volto per il bene dell’intero corpo della Chiesa universale.

Dobbiamo dunque distinguere tra Chiesa «indigenista», che considera gli indigeni come oggetto di pastorale, e Chiesa «indigena», che considera gli indigeni come protagonisti della propria esperienza di fede. Occorre decisamente puntare su una Chiesa «indigena», cioè soggetto di evangelizzazione.

La Chiesa cerca la profezia spostando il baricentro dall’area euro-atlantica e puntando direttamente verso una terra dove si stanno concentrando gigantesche contraddizioni di carattere politico, economico ed ecologico. Qui la Chiesa fa esperienza di un popolo che chiaramente non coincide con uno Stato nazionale, e che anzi è un insieme di popoli, perseguitati e minacciati da tante forme di violenza. Sono popoli portatori di un’enorme ricchezza di lingue, culture, riti e tradizioni ancestrali.

A loro è stata data voce per compilare il testo iniziale, l’Instrumentum laboris, per redigere il quale sono state consultate circa 87.000 persone in Amazzonia. Vescovi e laici provenienti da città e culture diverse, nonché appartenenti a numerosi gruppi di vari settori ecclesiali insieme ad accademici e organizzazioni della società civile si sono incontrati per settimane ascoltando e dialogando.

Ecologia integrale tra foresta e città

Come ben si afferma nel Documento finale, in Amazzonia la vita è inserita, legata e integrata nel territorio che, in quanto spazio fisico vitale e nutriente, è possibilità, sostentamento e limite della vita stessa. L’acqua e la terra di questa regione nutrono e sostengono la natura, l’esistenza e le culture di centinaia di comunità che risiedono sulle rive dei fiumi e degli abitanti delle città.

Ma l’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e di violenza. Gli attacchi alla natura hanno conseguenze per la vita dei popoli: dai mega-progetti non sostenibili (progetti idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento massiccio, monocolture, infrastrutture viarie, infrastrutture idriche, ferrovie, progetti minerari e petroliferi) all’inquinamento causato dall’industria estrattiva e dalle discariche urbane.

Con questo non si è mai inteso dire nell’Aula che la Chiesa sia contro i progetti di modernizzazione positiva e inclusiva. Certamente però la Chiesa ha assunto la piena consapevolezza che la sua dottrina sociale ha oggi a cuore la difesa del Pianeta e che essa va in rotta di collisione con interessi politici ed economici, appoggiati dalla complicità di alcuni governanti e di alcune autorità indigene. Le vittime sono i soggetti più vulnerabili: i bambini, i giovani, le donne e la «sorella madre terra».

Il Documento finale propone «come modo per riparare il debito ecologico» che i Paesi hanno con l’Amazzonia, «la creazione di un fondo mondiale per coprire parte dei bilanci delle comunità presenti in Amazzonia che promuovono il loro sviluppo integrale e autosostenibile e, quindi, anche per proteggerle dal desiderio predatorio di aziende nazionali e multinazionali di estrarre le loro risorse naturali» (n. 83).

Il Sinodo per l’Amazzonia è figlio dell’enciclica Laudato si’. E ha dato alle istanze di quel testo un corpo visibile, riferendosi a una regione e ai popoli che la abitano. Il rapporto tra il cristianesimo e la vita del mondo è apparso innervato da un sano realismo, al di là di ogni ideologia, assumendo finalmente i tratti di un impegno deciso dal valore globale, sempre frutto dell’impulso evangelico che richiede una «conversione ecologica». Le tematiche teologiche nell’Aula sinodale sono state sempre strettamente intrecciate alla vita concreta dei popoli, alle tensioni geopolitiche, alla cura della «casa comune».

Viceversa, i temi ecologici sono stati vissuti in una prospettiva di fede, come parte della dottrina sociale della Chiesa e nelle loro intime connessioni con il desiderio di giustizia, l’ascolto del grido dei poveri e la promozione dei diritti umani. Per questo si è parlato anche del «peccato ecologico», inteso come «un’azione o un’omissione contro Dio, il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato anche contro le generazioni future, e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i princìpi di interdipendenza e rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344) e contro la virtù della giustizia» (n. 82).

Da qui si comprende come nel Documento finale (cfr nn. 79 e 82) sia stato chiesto di creare ministeri speciali per la cura della «casa comune» e la promozione dell’ecologia integrale a livello parrocchiale e in ogni giurisdizione ecclesiastica in Amazzonia. La loro funzione dovrebbe essere quella di prendersi cura del territorio e delle acque insieme alle comunità indigene. Come pure si è detto di creare un ministero di accoglienza per coloro che si sono allontanati dai loro territori andando verso le città.

La lettura del territorio non è stata limitata alla foresta, ma ha riguardato anche le città e la vita urbana che caratterizza tanta parte della regione amazzonica. Si è constatato che lo sradicamento dai vincoli territoriali e ancestrali può provocare la perdita di identità, uno spaesamento profondo.

Si è discusso a lungo delle migrazioni. Lo spostamento forzato di famiglie indigene, contadine, afro-discendenti e appartenenti ai popoli che vivono lungo le rive dei fiumi, espulse dai loro territori a causa di pressioni o di esasperazioni di fronte alla mancanza di opportunità, richiede una pastorale d’insieme nella periferia dei centri urbani. Per questo si è ribadita l’importanza di una «ecologia integrale».

Il fatto che la preoccupazione per la salvezza – la salus animarum – sia stata profondamente connessa a quella per il destino della Terra e dell’intera umanità è stato una prova della maturità teologica ed ecclesiologica di questo Sinodo.

Conversione culturale

Nella regione amazzonica esiste una realtà multietnica e multiculturale. All’interno di ogni cultura, i popoli hanno costruito e ricostruito la loro visione del mondo e del loro futuro. Nelle culture e nei popoli indigeni, antiche pratiche e interpretazioni mitiche coe­sistono con le tecnologie e le sfide moderne. L’Aula sinodale è stata il riflesso di tutto questo, rivelando anche un’anima profondamente meticcia.

Lo stesso concetto di inculturazione è apparso obsoleto. La Chiesa in Amazzonia è fatta di pastori indigeni e missionari: lo spagnolo e il portoghese parlato in Aula è risuonato con accenti ora italiani, ora polacchi, ora tedeschi; e gli indigeni non hanno dimenticato l’uso delle lingue native. Anche l’eredità dei conquistatori del passato è penetrata nella loro vita e nella loro devozione. Tutto si è mescolato e connesso, dando vita a un organismo vivo, vivace, originale. È questa la Chiesa dal volto amazzonico, lontana da quel che il Papa stesso ha definito il «centralismo “omogeneizzante” e “omogeneizzatore”».

Il Sinodo ha anche riconosciuto che l’annuncio di Cristo è stato spesso realizzato con un approccio colonialista e in connivenza con i poteri che sfruttavano le risorse e opprimevano le popolazioni. Questa è stata già una chiara premessa esplicitata da Francesco nel suo discorso introduttivo al Sinodo, quando ha affermato che noi «ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere». E, anzi, la Chiesa vuole essere «alleata» dei popoli.

In questo senso, altro elemento chiaro è stato il desiderio della Chiesa di una «conversione culturale», capace di dare una risposta che sia autenticamente cattolica alla richiesta di immergere pienamente l’annuncio del Vangelo e la liturgia in una cultura specifica, valorizzando la «cosmovisione», le tradizioni, i simboli e i riti originari. Ma anche in modo tale che il Vangelo purifichi e raffini le culture nelle quali si innesta. Solo una Chiesa missionaria inserita e inculturata porterà alla nascita di particolari Chiese autoctone, dal volto e dal cuore amazzonici, radicate nelle culture e tradizioni proprie dei popoli, unite nella stessa fede in Cristo e diverse nel loro modo di viverla, esprimerla e celebrarla.

In particolare, è stato apprezzato il fatto che il pensiero dei popoli indigeni offra una visione integrata della realtà, capace di comprendere le molteplici connessioni esistenti fra tutto ciò che è creato. E questo contrasta con la corrente dominante del pensiero occidentale che, per comprendere la realtà, tende alla frammentazione e alla scomposizione.

La necessità dell’inculturazione ha portato anche a riflettere sull’importanza del dialogo con le religioni indigene e i culti afro-discendenti. Così giunge a maturazione il dibattito ecclesiale sui riti locali e sull’inculturazione dalle radici molto antiche. Sono stati citati dal Pontefice stesso i grandi missionari in Asia, quali De Nobili in India e Matteo Ricci in Cina, che si confrontarono con queste sfide. Colpisce il fatto che la prima intenzione della preghiera dei fedeli nella Messa di inaugurazione del Sinodo per l’Amazzonia sia stata in lingua cinese.

Una Chiesa in discernimento, sinodale, inculturata, sacramentale e tutta ministeriale

Se dovessimo sintetizzare le parole chiave sulla Chiesa emerse in Assemblea, esse si potrebbero riconoscere in «discernimento», «sinodalità», «inculturazione», «sacramenti» e «ministeri».

Discernimento. Si è detto che la Chiesa in Amazzonia è chiamata a camminare nell’esercizio del discernimento. Esso significa «determinare e percorrere come Chiesa, attraverso l’interpretazione teologica dei segni dei tempi, sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire al servizio del disegno di Dio. Il discernimento comunitario permette di scoprire una chiamata che Dio fa sentire in ogni determinata situazione storica» (n. 90).

Sinodalità. Il discernimento fonda la «conversione» sinodale della Chiesa. Ci si è ascoltati per tante ore durante il Sinodo. E si è discusso molto, sia in Aula sia nei gruppi, e con franchezza, all’interno di un discernimento comunitario impegnativo per il quale si invoca la presenza dello Spirito. E così le parole condivise tra i padri sinodali sono state aperte, franche, libere, fedeli alla Chiesa, spinte da un’urgenza pastorale straordinaria e condivisa. Ogni argomento trattato ha rivelato il desiderio di essere nella verità del Vangelo e di costrui­re il mondo secondo questa Buona Notizia.

Le proposte di modifica della prima bozza di Documento finale sono state ben 831. La partecipazione e il dibattito, anche nei «circoli minori», in questo senso, sono stati molto ricchi.

E questa è già una grande novità nel nostro mondo nel quale le democrazie spesso non ascoltano i cittadini e in cui la polarizzazione delle posizioni ideologiche è esacerbata a danno del dialogo. Nel Sinodo si sono confrontate posizioni anche diametralmente opposte su tanti temi, ma sempre nel rispetto reciproco e per il bene della Chiesa e della gente dell’Amazzonia.

Questo Sinodo ha offerto l’occasione di riflettere su come strutturare le Chiese locali in ogni regione e Paese, e di procedere a una conversione sinodale. Si è parlato di creare strutture sinodali regionali, immaginando forme di associazione interdiocesana in ogni nazione o tra Paesi di una regione e che favoriscano una maggiore cooperazione tra le Chiese sorelle. In particolare, è stato proposto di creare un organismo episcopale permanente e rappresentativo, articolato con il Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), con una propria struttura e un’organizzazione semplice, e collegato anche con la Repam (Rete ecclesiale panamazzonica). Sarebbe il nesso in grado di articolare reti e iniziative ecclesiali e socio-ambientali a livello continentale e internazionale.

Inculturazione. Abbiamo già detto della «conversione culturale» e di come questo abbia una ricaduta sulla liturgia, che deve rispondere alla cultura perché sia fonte e culmine della vita cristiana e perché si senta legata alle sofferenze e alle gioie del popolo. Dobbiamo dare una risposta autenticamente cattolica alla richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la visione del mondo, le tradizioni, i simboli e i riti originali. Per questo è stata avanzata, da parte di molti, la proposta di studiare la possibilità di «elaborare un rito amazzonico che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale dell’Amazzonia, con particolare riferimento a quanto afferma la Lumen gentium per le Chiese orientali (cfr LG 23)».

Si potrebbe anche studiare e proporre come arricchire i riti ecclesiali con il modo in cui questi popoli si prendono cura del loro territorio e si relazionano con le sue acque.

Sacramentalità. Inoltre, è stata avvertita una fortissima urgenza pastorale e una convinta passione per la sacramentalità del cattolicesimo, che ha al centro l’Eucaristia. Al di là delle soluzioni possibili sulle quali si è discusso, si è espressa sempre la consapevolezza del dramma per cui le comunità hanno difficoltà a celebrare regolarmente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti. Si è parlato chiaramente del diritto dei fedeli a non rimanere a digiuno eucaristico e dell’obbligo dei pastori di provvedere al pane, perché non è possibile che si formi una comunità cristiana se non assumendo come radice e come cardine la celebrazione della santa Eucaristia.

Ministerialità. Vescovi e sacerdoti hanno raccontato le loro esperienze. Fanno quello che possono, attraversando grandi distanze. Ma le comunità spesso vivono grazie all’impegno dei laici e delle laiche. Si è dispiegata davanti ai Padri una Chiesa tutta ministeriale, sulla quale ci si è interrogati per approfondire che cosa significhi che la Chiesa è fondata sul battesimo.

In questo senso si è detto che il vescovo può affidare, con un mandato a tempo determinato, in assenza di sacerdoti, l’esercizio della cura pastorale delle comunità a una persona non investita del carattere sacerdotale, che sia membro della comunità stessa. Il vescovo potrà costituire questo ministero anche con un mandato ufficiale attraverso un atto rituale, affinché il responsabile della comunità sia riconosciuto anche a livello civile e locale.

Il Sinodo ha riconosciuto la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne. Per questo è stata chiesta la revisione del Motu Proprio Ministeria quaedam di san Paolo VI, affinché anche donne adeguatamente formate e preparate possano ricevere i ministeri del lettorato e dell’accolitato, tra gli altri che possono essere svolti. In particolare, considerando anche il ruolo decisivo delle donne nelle comunità amazzoniche, è stato chiesto che per loro venga creato il ministero istituito di «dirigente di comunità», dandogli un pieno riconoscimento (cfr nn. 96 e 102).

Si è ribadita l’importanza dei diaconi permanenti. La questione dei cosiddetti viri probati non è stata per nulla fondata sulla messa in discussione del celibato, ma proprio ascoltando il dramma percepito dell’assenza dei sacramenti nella vita ordinaria di tanti fedeli. E si è affermata la proposta di «stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, nel quadro della Lumen gentium, n. 26, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

Tutte queste proposte sono da collocare in una visione ampia e matura della Chiesa, aliena dal clericalismo, consapevole del fatto che i laici hanno già di fatto in molte situazioni il compito di insegnare e di reggere comunità ecclesiali.

* * *

I padri sinodali erano in tutto 184. Tra questi, 113 provenivano dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche. Hanno partecipato al Sinodo sei delegati fraterni, in rappresentanza di altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti nel territorio amazzonico; come pure 12 invitati speciali e 25 esperti, scelti per la loro elevata competenza scientifica. Gli uditori e le uditrici erano 55; provenivano in maggioranza dalla regione panamazzonica, anche dai luoghi più interni, e hanno portato la voce e la testimonianza viva delle tradizioni, della cultura e della fede delle loro genti.

Vogliamo chiudere questa presentazione dei lavori sinodali con la risposta che proprio un uditore, il professor Delio Siticonatzi Camaiteri, membro del popolo Ashaninca – un gruppo etnico amazzonico del Perù –, ha dato alla domanda di un giornalista durante uno dei briefing quotidiani presso la Sala Stampa della Santa Sede: «Vi vedo un po’ inquieti come se non foste in grado di capire quello di cui l’Amazzonia ha bisogno. Abbiamo la nostra visione del cosmo, il nostro modo di guardare il mondo che ci circonda. La natura ci avvicina di più a Dio. Ci avvicina guardare il volto di Dio nella nostra cultura, nel nostro vivere. Noi come indigeni viviamo l’armonia con tutti gli esseri viventi. Vedo che non vi è chiara l’idea che avete di noi indigeni. Vi vedo preoccupati, con dubbi di fronte a questa realtà che noi cerchiamo come indigeni. Non indurite il vostro cuore, dovete addolcire il vostro cuore. Questo è l’invito di Gesù. Ci invita a vivere uniti. Crediamo in un solo Dio. Dobbiamo restare uniti. Questo è ciò che noi desideriamo come indigeni. Abbiamo i nostri riti, però questo rito deve incardinarsi nel centro che è Gesù Cristo. Non c’è altro da discutere su questo tema. Il centro che ci unisce in questo Sinodo è Gesù Cristo».

(ENGLISH VERSION)

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Ecos del Sínodo sobre la Amazonia.

a abraza a una participante durante la Tercera Congregación General del Sinodo para la Amazonía. El Papa abraza a una participante durante la Tercera Congregación General del Sinodo para la Amazonía.  

Ecos del Sínodo Amazónico

Con el Sínodo llegado a su fin, hacemos un recorrido por todo lo pronunciado por el Papa y por algunos participantes en entrevista con Vatican News. Son palabras de aliento y de esperanza que proyectan el verdadero sentido sinodal.

Ciudad del Vaticano

Palabras del Papa durante el Sínodo Amazónico

Durante el Sínodo, el Papa, atento y en busca del bien de la Iglesia, siempre expresó en gestos y palabras su sentir. Aquí se encuentran algunas palabras pronunciadas por el Papa durante el camino Sinodal.

Durante la Misa de apertura del Sínodo, domingo 6 de octubre, el Papa Francisco dijo que “muchos hermanos y hermanas en Amazonia llevan cruces pesadas y esperan la consolación liberadora del Evangelio y la caricia de amor de la Iglesia y es por ellos y con ellos que debemos caminar juntos”. Además, aseguró que este Sínodo “también es para ellos, para aquellos que están dando sus vidas ahora, para aquellos que han dedicado la propia vida”.

Sin embargo, durante el Discurso de inicio de las Asambleas Generales, lunes 7 de octubre, Francisco señaló que el Sínodo es “caminar juntos bajo la inspiración y la guía del Espíritu Santo, el Espíritu Santo es el actor principal del sínodo” y pidió, por favor, “no echarlo de la sala”. “Ahora hay que dejar que el Espíritu Santo se exprese en esta Asamblea – continuó –  se exprese entre nosotros, se exprese con nosotros, a través de nosotros y se exprese ‘pese’ a nosotros, pese a nuestras resistencias, que es normal que las haya, porque la vida del cristiano es así.”

El sábado 26 de octubre, al final de las Asambleas Generales, el Pontífice expresó su agradecimiento a todos los participantes: “Quiero agradecer a todos ustedes que han dado este testimonio de trabajo, de escucha, de búsqueda, de buscar poner en práctica este espíritu sinodal que estamos aprendiendo todavía a fijar y que todavía no atinamos a completarlo, pero estamos en el buen camino, estamos en un buen camino, y estamos entendiendo cada vez más qué es esto de caminar juntos, y estamos entendiendo qué significa discernir, qué significa escuchar, qué significa incorporar la rica tradición de la Iglesia a los momentos coyunturales.”

Además, las palabras pronunciadas durante la Misa de clausura del domingo 27 de octubre no pasaron indiferente. El Papa afirmó que en este Sínodo “hemos tenido la gracia de escuchar las voces de los pobres y de reflexionar sobre la precariedad de sus vidas, amenazadas por modelos de desarrollo depredadores”. En este sentido, puntualizó que “aún en esta situación, muchos nos han testimoniado que es posible mirar la realidad de otro modo, acogiéndola con las manos abiertas como un don, habitando la creación no como un medio para explotar sino como una casa que se debe proteger, confiando en Dios”.

Palabras de los participantes

Durante el transcurso del Sínodo, Vatican News tuvo la oportunidad de conversar con diferentes participantes directos dentro del mismo: obispos, sacerdotes, misioneras, misioneros y laicos indígenas. Aquí les proponemos algunas frases para recordar.

“Nosotros los creyentes, cristianos, católicos, creemos, y esto es el centro de nuestra fe, que nuestro Dios es el Dios de la Vida. Dios nos ama, es el Dios del amor. La vida y el Amor son la misma cosa. Y Dios comparte su vida con la humanidad. Comparte el regalo del mundo, la naturaleza, la creación con nosotros, con la familia humana. La despreocupación, el desinterés o el descuido humano por la vida, está totalmente opuesto a lo que nosotros creemos, al Dios de la vida”.

Padre Peter Hughes, teólogo y sacerdote misionero en Perú.

 

“Es una gracia poder participar en este Sínodo representando a la vida religiosa femenina de todo el mundo, traer la voz de la vida religiosa a este espacio es una gracia, así como traer la voz de tantos hermanos y etnias amazónicas; somos parte de una Iglesia que quiere caminar en sinodalidad y en esa diversidad que somos”.

Hna. Zully Rojas Quispe, Misionera Dominica del Rosario,de Puerto Maldonado, Perú.

 

“En este Sínodo las voces de las mujeres indígenas y de las mujeres religiosas que están comprometidas con la Amazonía, traen el dolor, la palabra sufrida de su gente y el testimonio vivo, ya que ellas saben de lo que están hablando.”

Hermana Daniela Cannavina, religiosa capuchina de Madre Rubatto.

 

“Nuestro pueblo tiene mucha esperanza, es un pueblo lindo y el indígena es una persona que conserva siempre la esperanza de que Dios lo va a ayudar a superar esta situación, es por ello que nosotros debemos ser los primeros en fortalecer esa esperanza de estas comunidades en la Amazonía”.

Monseñor Jonny Eduardo Reyes Sequera, vicario apostólico de Puerto Ayacucho en Venezuela.

 

“En la medida en que la Iglesia pueda penetrar y comprender la cultura de los pueblos amazónicos, logrará encarnar mejor el Evangelio”.

Monseñor Oscar Urbina Ortega, obispo de Villavicencio y presidente de la Conferencia Episcopal de Colombia.

 

“Participo en este Sínodo con la esperanza de poder hacer escuchar la voz de las comunidades de la Amazonía y el anhelo de que esto fortalezca nuestra identidad y nuestros valores”.

José Narciso Jamioy Muchavisoy (maestro) del pueblo Kamsá, del Putumayo en Colombia.

 

Los indígenas “esperan por parte de la Iglesia, que no los dejemos solos, que caminemos con ellos, que seamos una voz a través de la cual ellos puedan expresar su dolor, sus preocupaciones y sus esperanzas.”

Monseñor Luis Albeiro Maldonado, obispo de la Diócesis de Mocoa en Colombia.

 

“Como Iglesia tenemos que ser profetas para acompañar a los hermanos de la Amazonía, en sus sufrimientos y necesidades, denunciando las injusticias sociales”.

Hermana Inés Zambrano Jara, Superiora General de las Misioneras de María Inmaculada y de Santa Caterina de Siena, Colombia.

 

“Es esencial rescatar en esa sintonía de escucha, la riqueza cultural de estos pueblos. Es fundamental profundizar en las culturas indígenas, conocerlas y respetarlas. Dialogar y evangelizar “con ellos”, renovando nuestros esquemas y estructuras, haciendo un ejercicio de interculturalidad y de inculturación”

Hermana Nelly Sempértegui, religiosa de las Hermanas Esclavas del Sagrado Corazón de Jesús, y misionera del Vicariato Apostólico de Jaén en Perú.


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Sínodo: seis propuestas finales de especial importancia

Obra de Mari Bueno, artista brasileña que expuso en Roma durante el Sínodo para la Amazonía.Obra de Mari Bueno, artista brasileña que expuso en Roma durante el Sínodo para la Amazonía. 

6 propuestas del Documento final que no pueden pasar desapercibidas

El Documento final del Sínodo Amazónico apunta hacia la mujer y los laicos y denuncia fuertemente las violaciones de los derechos de los indígenas así como la destrucción de su territorio, hasta el punto de proponer un nuevo pecado, el “pecado ecológico”.

Mireia Bonilla – Ciudad del Vaticano

Tras tres semanas de trabajo intensas, los 185 padres sinodales junto a 35 madres sinodales proponen al Papa la ordenación sacerdotal de hombres casados, sin olvidarse de la mujer, para la que han propuesto la creación del diaconado femenino y del ministerio de “la mujer dirigente de la comunidad”. A continuación, los 6 puntos fuertes del Documento final:

1. Ordenación de hombres casados para zonas remotas de la Amazonia

Uno de los puntos fuertes que se han planteado en el Documento final del Sínodo y que al mismo tiempo ha suscitado mayor resistencia durante la votación ha sido la posibilidad de “ordenar sacerdotes a hombres idóneos y reconocidos de la comunidad, que tengan un diaconado fecundo y reciban una formación adecuada para el presbiterado, pudiendo tener familia legítimamente constituida y estable, para sostener la vida de la comunidad cristiana mediante la predicación de la Palabra y la celebración de los Sacramentos en las zonas más remotas de la región amazónica” (111). Dicho punto, planteado desde el marco de la constitución  ‘Lumen gentium’ 26”, del Concilio Vaticano II, recibió 128 votos a favor y 41 en contra.

2. Sí al diaconado femenino y al ministerio de “la mujer dirigente de la comunidad”

Aunque en el documento final no se pide explícitamente la aprobación del diaconado permanente femenino, sí que lo menciona. Los padres sinodales han reclamado que las mujeres “puedan recibir los ministerios del lectorado y acolitado” y la creación “del ministerio instituido de ‘la mujer dirigente de la comunidad’”, pues consideran necesario “fomentar la formación de mujeres en estudios de teología bíblica, teología sistemática, derecho canónico, valorando su presencia en organizaciones y liderazgo, dentro y fuera del entorno eclesial”.

3. Voz y voto para los laicos

La lista de los argumentos indispensables la concluye el punto en el que se reconoce la necesidad de fortalecer y ampliar los espacios para la participación del laicado, “ya sea en la consulta como en la toma de decisiones, en la vida y en la misión de la Iglesia” (94). De hecho, los Obispos aseguran que un obispo pueda confiar, por un mandato de tiempo determinado, ante la ausencia de sacerdotes en las comunidades, “el ejercicio de la cura pastoral a una persona no investida de carácter sacerdotal, que sea miembro de la comunidad” (96). Aunque esta afirmación viene de la mano de una condición: “evitar personalismos”. Es por ello que se habla de “cargos rotativos”.

4. Agregan un nuevo pecado

Otra de las propuestas importantes realizadas en dicho Documento ha sido la de incluir “el pecado ecológico”. “Proponemos definir el pecado ecológico como una acción u omisión contra Dios, contra el prójimo, la comunidad y el ambiente” (82), se lee en el Documento final, en el que también se explica que es un pecado “contra las futuras generaciones” y se manifiesta “en actos y hábitos de contaminación y destrucción de la armonía del ambiente, transgresiones contra los principios de interdependencia y la ruptura de las redes de solidaridad entre las criaturas y contra la virtud de la justicia”.

5. La ecología integral: único camino posible

En el Documento final, los padres sinodales también señalan que la ecología integral “no es un camino más que la Iglesia puede elegir de cara al futuro en este territorio” sino “el único camino posible”, pues no hay otra senda viable para salvar la región (67). En este punto, los Obispos además llaman a la comunidad internacional para que proporcionen “más recursos económicos”, “un modelo de desarrollo justo y solidario” y “herramientas para frenar el cambio climático”.

6. Rechazo de la evangelización colonialista

Los Obispos expresan su rechazo “a una evangelización de estilo colonialista” (55) y expresan que la Iglesia tiene la oportunidad histórica de diferenciarse de las nuevas potencias colonizadoras “escuchando a los pueblos amazónicos para poder ejercer con transparencia su actividad profética”(15). Además, para hacerla frente plantean procesos claros de inculturación de sus métodos y esquemas misioneros. También proponen a los centros de investigación y pastoral que estudien “las tradiciones de los grupos étnicos amazónicos” para defender su identidad y cultura a través de “acciones educativas” (57) que favorezcan la inculturación.

28 octubre 2019, 14:02


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Mensaje de la REPAM al término del sínodo de Amazonia

Mensaje Final de la REPAM sobre el Sínodo Amazónico

A través de un mensaje titulado “La esperanza en esta navegación por las aguas del río sinodal amazónico: fuente de vida, conversión y orientación hacia nuevos caminos para la Iglesia y ante un mundo en crisis socioambiental”, la Red Eclesial Panamazónica realiza un profunzo repaso de lo que ha sido la experiencia de este Sínodo que abre ahora nuevos horizontes concretados en cuatro conversiones: pastoral, cultural, ecológica y sinodal.

Sofía Lobos- Ciudad del Vaticano

Al finalizar el Sínodo para la Amazonía, la Red Eclesial Pan Amazónica – REPAM, ha emitido un mensaje conclusivo que refleja lo vivido en estos dos últimos años de proceso y ofrece perspectivas de futuro de cara a la etapa postsinodal, que será el momento decisivo, ya que tendrá la misión de poner en práctica para el bien de la región, todo lo decidido a lo largo de estos diálogos en Roma.

«La experiencia de conversión eclesial traída por la “periferia” de la Amazonía y de sus pueblos, ha producido el camino de novedad Sinodal que sigue y que está todavía en proceso, ayudando al centro a ser reformado. Ahora más que nunca, debemos trabajar intensamente y juntos para seguir navegando estas aguas vivas de la diversidad cultural y del compromiso de cuidar nuestra casa común», se lee en el escrito.

Es tiempo de cambiar y la sinodalidad es la vía

En este sentido la REPAM insiste en que es tiempo de cambiar, “el tiempo es ahora y será por la vía de la sinodalidad” y para lograr ese cambio es fundamental escuchar la voz de los pueblos que habitan la Amazonía: “los testimonios de innumerables mujeres y hombres mártires de la Amazonía que muestran la fuerza viva del camino de entrega para ser semillas que se siembran en el corazón de los pueblos, en la opción por la justicia, siendo vida y vida en abundancia para ellos”.

 

“Estos testimonios seguirán siendo los que lleven adelante este proceso más allá de este momento coyuntural, y muy importante, de Asamblea”, añade el documento.

Un Sínodo nacido de una experiencia de conversión

Asimismo, el mensaje hace un repaso histórico de lo que ha sido “el camino de nuestra navegación”, que ha nacido de una “experiencia de conversión”, concretada a lo largo del tiempo, especialmente después del Concilio Vaticano II. “Este proceso sinodal abre nuevos horizontes, que se concretan en cuatro conversiones: pastoral, cultural, ecológica y sinodal. Fruto de estas conversiones surgirán actitudes, como la misionariedad, una Iglesia con rostro amazónico e indígena, incluturada e intercultural, que cuida de la Casa Común, ministerial y que se organiza desde la sinodalidad”.

Un caminar juntos que ha transformado la Iglesia

Igualmente la Red Eclesial Panamazónica afirma que el Sínodo “es ya una experiencia inédita de caminar juntos” y ha transformado a la Iglesia desde los dones de la periferia, “antes considerada indeseable”, que llegan al centro ayudándole en su propio proceso permanente de reforma en marcha:

“Una conversión real liderada por el Papa Francisco y que hoy es irrenunciable, para ser más una Iglesia que está en salida misionera, que dialoga con respeto e igualdad hacia la diversidad, una Iglesia que se afirma como una voz ética, mártir y profética ante la crisis socioambiental sin precedentes, y que toma posición como el propio Jesús del lado de los que han sido considerados descartables que hoy ilustran los nuevos caminos”.

Documento final

En cuanto al documento final de este Sínodo, la REPAM hace hincapié en que será un instrumento muy importante, pero que por sí mismo, no determinará los nuevos caminos: “Nos sentimos invitados a no ser atrapados por quienes no quieren cambiar nada y desean que las cosas terminen aquí, y también a tener cuidado con profetas de calamidades que expresan que nada de esto ha tenido sentido por mirarlo a la luz de sus propias categorías autorreferenciales, ya que en ambos casos se niegan a ver (e impiden la mirada a otros) que este es el momento preciso, un kairós esperado que sigue fluyendo como río de agua viva y que no se puede parar por lo que ya ha sido y alcanzado, lo que ya es y está determinando como novedad, y lo nuevo que inevitablemente será para abrir nuevos horizontes del Reino”, concluye.

Mensaje de la REPAM sobre el Sínodo amazónico


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Diaconado femenino en el Sínodo

Sinodo, il 40% dei Padri chiede il diaconato femminile

Si attende il documento finale. Il vescovo Spengler: «Oltre il 60% delle comunità in Amazzonia guidate da donne»

Sinodo, il 40% dei Padri chiede il diaconato femminile

CITTÀ DEL VATICANO. Che «oltre il 60%» delle comunità indigene in Amazzonia fosse guidato da donne lo si era compreso. Lo hanno testimoniato in queste tre settimane di Sinodo le diverse suore, catechiste, consacrate, laiche raccontando la loro opera pastorale e sociale, fatta di accompagnamento ai malati, di confessioni senza assoluzioni, di azioni nel campo dell’istruzione e della sanità, in mezzo a zone sperdute della foresta.

Ma che fosse solo il 40%, quindi meno della metà, dei partecipanti al Sinodo a chiedere «un ministero ufficiale per le donne all’interno della Chiesa» è un dato che risulta nuovo. E che lascia intendere come probabilmente nel documento finale che sarà presentato domani sera, dopo la votazione del pomeriggio, la proposta di un riconoscimento istituzionale delle donne potrebbe non raggiungere la maggioranza dei voti.

Le cifre sono state fornite da monsignor Evaristo Pascoal Spengler, francescano e vescovo prelato di Marajó, in Brasile, che ha dedicato il suo intero intervento al briefing in Sala Stampa vaticana a ribadire la necessità di un ruolo per le donne nella Chiesa. Nella fattispecie, il ruolo di «diaconesse». Per studiare e approfondire la questione del diaconato femminile, come si ricorderà, il Papa stesso aveva istituito il 2 agosto 2016 una commissione che, dopo due anni, aveva portato a un nulla di fatto.

Il vescovo di Marajó rilancia tuttavia il tema: «Ci sono già nella Chiesa uomini che esercitano il servizio diaconale: ordinarli sarebbe molto utile non solo in Amazzonia, ma nella Chiesa, così come sarebbe utile avere donne diaconesse, il cui ruolo andrebbe approfondito, insieme al tema aperto dell’ordinazione delle donne», ha detto. E ha ricordato che il «cammino è aperto» grazie anche a Benedetto XVI che, aggiungendo un terzo punto al Canone 1009, «aveva slegato il ministero delle donne da Cristo: canonicamente già esiste un cammino della donna come diacono, non come presbitero».

È un cammino che ha le sue radici «nella storia della Chiesa» durante la quale «la presenza delle donne è stata decisiva»: «Ci sono stati patriarchi e matriarche, profeti e profetesse, giudici uomini e giudici donne, fino ad arrivare alla più importante figura femminile che è quella di Maria», ha ricordato Spengler. «Dio per la salvezza ha impiegato le donne e dal XII secolo in poi abbiamo avuto più sante canonizzate che santi, oltre a donne dottoresse della Chiesa e consigliere di Papi».

«Sappiamo che nella storia della Chiesa ci sono donne diaconi», ha insistito Spengler, citando anche le parole di San Paolo nella Lettera ai Galati: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Sulla proposta nei giorni del Sinodo «si è lavorato molto», ha assicurato il vescovo, e anche se sembra, secondo le prime anticipazioni, che tutta la questione si esaurisca in pochi paragrafi, ora «siamo fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo e lavoriamo in comunione e collegialità».

Intanto le donne, le 35 esperte, leader di popolazioni indigene, missionarie laiche e religiose, sedute fianco a fianco a vescovi e cardinali nell’Aula vaticana, pur senza diritto di voto, da parte loro si dicono soddisfatte dell’accoglienza ricevuta al Sinodo. «Ci siamo definite madri sinodali, perché è così che ci sentiamo», ha detto al briefing la suora ecuadoregna Inés Azucena Zambrano Jara, delle Missionarie di Maria Immacolata e di Santa Caterina da Siena, facendosi loro portavoce.

«È stato un ambiente familiare, c’è stata molta vicinanza, molta fiducia, molta confidenza… un ambiente di sinodalità, dove tutte e tutti siamo stati ascoltati». In particolare, a colpire suor Inés ma anche tutte le altre donne è stato l’atteggiamento del Papa, «la sua umiltà e la sua semplicità: è un uomo di Dio, e lo fa percepire agli altri».

La religiosa ha anche riferito dell’enorme lavoro svolto dalla sua Congregazione diffusa in 24 Paesi che «da 105 anni» è a fianco alle popolazioni native. «Valorizzare la donna indigena, la donna “campesina”: è questo ciò che stiamo facendo come Congregazione, che da sempre lavora accanto ai popoli indigeni e insieme a loro. È stata una grande sfida lasciare da parte il nostro protagonismo».

Se questo servizio dovesse avere un riconoscimento istituzionale, come potrebbe essere appunto quello del diaconato, ben venga: «Riconfermerebbe la nostra identità, la nostra natura battesimale», ha chiosato la suora, che a fine intervento ha ricevuto un caloroso applauso.

Al di là della questione ministeriale, la priorità è «stare con questi popoli che stanno offrendo la loro profezia, e ascoltare le loro vite sottoposte a minacce di morte», ha evidenziato padre Miguel Heinz, presidente di Adveniat, istituzione della chiesa tedesca che cura e organizza progetti di solidarietà per l’America Latina. Gli indigeni, ha aggiunto, sono «capaci di far ascoltare al Sinodo la loro voce, raccontando della grande pressione che stanno esercitando per rendere il mondo consapevole della loro situazione».

Il Sinodo è, in questo senso, un’occasione importante: «Le nostre comunità amazzoniche lo hanno percepito come un modo di farsi presenti nel cuore della Chiesa», ha fatto eco monsignor Joaquín Humberto Pinzón Güiza, vicario apostolico di Puerto Leguízamo-Solano, in Colombia. Soffermandosi sulla filosofia indigena del «buen vivir», il 50enne vescovo colombiano ha spiegato che «non è solo vivere bene ma vivere in un territorio sano, che non sia inquinato e distrutto, e vivere relazioni fraterne tra noi e con Dio, che ci invita ad avere cura della sua opera creatrice».

Al briefing è intervenuto per la prima volta anche uno dei delegati fraterni, il pastore Nicolau Nascimento de Paiva della Chiesa evangelica luterana in Brasile, coordinatore del Consiglio amazzonico delle Chiese cristiane (Caic). Nel suo intervento un focus sugli effetti positivi che il Sinodo avrà nel cammino ecumenico: «Lo Spirito Santo ha usato Papa Francesco per convocare questo Sinodo che è un camminare tutti insieme. Se ampliamo il linguaggio della cura della Casa Comune a tutto il mondo, la cura spetta a tutti non solo ai cattolici, ma anche agli evangelici. Al Sinodo abbiamo potuto parlare anche noi, abbiamo molte più cose in comune di quelle che ci separano».

Non è mancata, infine, una domanda sul “Rito amazzonico”, proposta presentata in assemblea generale e poi ribadita da alcuni Circoli minori. «Nel documento che verrà votato non ci sarà l’esplicitazione del Rito, ma semmai un passo verso», ha spiegato Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. «Il Rito amazzonico è qualcosa di molto complesso, che non potrà essere contenuto in un paragrafo, se ci sarà. Si tratta di una questione da affrontare in maniera integrale».

In ogni caso parlare adesso è precoce, bisogna «attendere il documento finale», ha aggiunto padre Giacomo Costa, segretario della Commissione per l’informazione, riferendosi al voto dei Padri sinodali atteso per domani pomeriggio. «Anche se ci fosse la proposta di un Rito amazzonico, certo richiederebbe un lavoro di approfondimento. Se si tratta di un rito con un diritto proprio potrebbe anche includere l’ordinazione dei preti sposati, come fanno altri riti. Ma sono solo illazioni, e la risposta finale spetta comunque al Papa».


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Briefing sobre el documento final del Sínodo sobre la Amazonia.

Briefing del Sínodo: La Amazonía está en el corazón de la Iglesia

El documento final del Sínodo sobre la Amazonía fue presentado en la Sala de Prensa de la Santa Sede. Participaron en la presentación el Cardenal Michael Czerny, del Departamento para el Servicio de Desarrollo Humano Integral, Monseñor David Martínez de Aguirre Guinea, Vicario Apostólico de Puerto Maldonado (Perú), Paolo Ruffini, Prefecto del Dicasterio para la Comunicación de la Santa Sede y el Padre Giacomo Costa, Secretario de la Comisión para la Información.

Ciudad del Vaticano

“El Amazonas está en el corazón de la Iglesia. Hay que saber lo que está ocurriendo en esta región, perturbada por los ataques contra la naturaleza, contra sus pueblos. Este es el mensaje que el Sínodo quiere transmitir a los pueblos de la región panamazzónica”, fueron las declaraciones de Monseñor David Martínez de Aguirre Guinea, Vicario Apostólico de Puerto Maldonado (Perú), respondiendo a las preguntas de los periodistas en el briefing que tuvo lugar la noche del sábado 26 de octubre, durante la presentación del Documento final del Sínodo amazónico.

“Cuando regrese al Amazonas -dijo- diré a los pueblos amazónicos que estamos en el corazón del Papa y de la Iglesia. Tenemos buenas razones para seguir soñando, para tener esperanza. Tenemos esperanza en Jesús para continuar en este camino. El Sínodo fue un camino de discernimiento. Hemos escuchado el grito de dolor de la tierra y de los pobres”, continuó diciendo el Vicario Apostólico de Puerto Maldonado.

“Ningún católico puede vivir su fe sin considerar el grito de la tierra: hay que ser consciente de que atacar la tierra es un pecado ecológico. Este grito de asfixia se escuchó: en el Sínodo, se percibió el rostro de las comunidades de los pueblos indígenas”, añadió el prelado citando la frase pronunciada por uno de los indígenas, miembro de un pueblo amazónico a lo largo de las intervenciones sinodales:

“Desafortunadamente, la extracción de oro está más cerca de nuestras comunidades que las palabras de Dios. “Queremos -insistió el obispo- que los pueblos indígenas asuman cada vez más un papel de protagonistas en su historia de evangelización. El documento está lleno de testimonios, de llamados a ser aliados de los pueblos indígenas. Aquí en Roma vino el Amazonas”, aseveró recordando que el Sínodo es un impulso para seguir adelante. Es una invitación a proceder a animar a todos aquellos que quieran iniciar nuevos procesos.

Sin conversión no hay caminos

“Sin conversión no hay caminos, no hay cambio real”, fue el contundente mensaje del Cardenal Michael Czerny, Subsecretario de la Sección de Migrantes y Refugiados del Departamento para el Servicio de Desarrollo Humano Integral, quien señaló en su intervención que el planeta ya no puede esperar:

“Con los incendios de la Amazonía, mucha gente se está dando cuenta de que las cosas deben cambiar”. El primer cambio, el más importante, es el pastoral. “Debemos hacerlo mejor – dijo el cardenal – para llevar el Evangelio a todos. La gente quiere oír palabras de esperanza, quiere oír el Evangelio. Otra conversión es la cultural. “Lo que realmente significa en este contexto -explicó el Cardenal- es respetar al otro en su forma de ser en el mundo. Las diferencias deben ser aceptadas”.

La tercera conversión es ecológica. “Este -dijo el purpurado- es un esfuerzo muy importante. La crisis ecológica es tan profunda que si no cambiamos, no lo lograremos”. En algunas regiones del mundo, como la Amazonía, por razones económicas, tomamos “todo lo que tiene valor”. Y acabamos destruyendo “no sólo el Amazonas, sino todo el planeta”. “No dejemos que las riquezas del Amazonas se conviertan en una maldición. La cuarta conversión es sinodal. “Es una manera de proceder – aseguró Czerny – para traducir nuestra escucha, nuestra oración” en un viaje. Para proceder, como recordó el Papa, hay que recurrir a la Tradición “que no es un objeto de museo, un almacén de cenizas”. “La tradición -dijo- es un recurso para el futuro. Es lo que debemos ofrecer para avanzar. Tenemos un recurso que preservar: nuestra fe, la Palabra de Dios”.