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Qué se espera de la visita del Papa a Japón?

Francisco llega a Japón con un pedido de desarme nuclear rápido e integral

Francisco muestra la imagen del niño de Nagasaki

Francisco muestra la imagen del niño de Nagasaki

El pontífice llega este sábado a Tokio para iniciar la etapa más esperada de su gira asiática. Mañana pedirá en Hiroshima y en Nagasaki que se avance en un desarme nuclear mundial que podría liberar miles de millones de dólares para otros fines. La esperanza de encontrar al niño de la foto que conmovió al Papa

Jorge Bergoglio buscará hacer énfasis en la necesidad de un desmantelamiento nuclear que sea, a la vez, integral, consensuado, rápido e impostergable

Después de dejar Tailandia, el papa Francisco va camino de Tokio, donde llegará hoy a las 17.40 locales (9.40 de España) para iniciar una visita de tres días a Japón en la que el llamado a un desarme nuclear mundial desde las únicas dos ciudades que han sufrido ataques atómicos, Hiroshima y Nagasaki, será el punto de mayor atención.

Mientras los peligros de un recalentamiento de las tensiones entre los nueves países con arsenales nucleares (desde Israel a India pasando por Estados Unidos y Pakistán) aparece siempre a la vuelta de la esquina, el pontífice buscará dar el mensaje definitivo en pos de lograr un desarme a nivel mundial.

Jorge Bergoglio buscará hacer énfasis en la necesidad de un desmantelamiento nuclear que sea, a la vez, integral, consensuado, rápido e impostergable.

Antonio Spadaro

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Fin de la carrera nuclear, bueno para la economía

En los días previos a su viaje, incluso leyó, con interés, las proyecciones sobre las enormes masas de recursos que se liberarían para otros fondos si los Estados ponen fin a la carrera nuclear que hace pender de un hilo a la humanidad. Los expertos ubican a 2019 como uno de los momentos de mayor posibilidad de apocalipsis nuclear desde 1953, en base en parte a la presencia de más de 9.000 armas nucleares listas para ser disparadas.

Más allá del enorme simbolismo de su visita a Hiroshima y Nagasaki, donde encontrará incluso a sobrevivientes de la matanza estadounidense, el contexto geopolítico no podía ser más especial, considerando las tensiones en aumento después de la retirada de Estados Unidos del acuerdo nuclear con Irán, que ha reactivado su programa atómico.

El tema nuclear no es nuevo para Francisco, que en noviembre de 2019 hizo un fuerte llamado a favor del desarme durante una conferencia en Vaticano:

“Basta pensar que las tecnologías nucleares se difunden ya también a través de las comunicaciones telemáticas y que los instrumentos de derecho internacional no han impedido que nuevos Estados se unieran al círculo de poseedores de armas atómicas. Se trata de escenarios angustiantes si se piensa en los desafíos de la geopolítica contemporánea como el terrorismo o los conflictos asimétricos”, planteó entonces.

Apenas meses después, en enero de 2018, durante el vuelo a Santiago de Chile, el Papa repartió a los periodistas una impresionante fotografía tomada en Nagasaki después de la tragedia: un niño con el cadáver de su hermano pequeño en una mochila, espera su turno ante el crematorio, tomada por el fotógrafo Joe O’Donnell.

La imagen del niño de Nagasaki

O’Donnell murió en 2007, pero el pontífice saludará a su esposa e hijo. Sin embargo, continúa siendo un misterio quién es el niño de la foto, convertida también en Japón en un ícono de la barbarie nuclear.

¿Quién es el niño de la foto?

En las últimas horas, sin embargo, la prensa local empezó a circular la hipótesis nuevamente sobre la posible identidad del niño. Masanori Muraoka, un católico de 85 años sobreviviente de los bombardeos en Nagasaki, declaró al diario Asahi que “cree” conocerlo.

Muraoka se encontraba en un lugar a unos 1,6 kilómetros del centro de la explosión del fatídico día de verano. Se refugió cerca de la colina de una escuela. Allí vio al niño. “Lo vi con un niño pequeño en la espalda, de la misma manera que el niño de la imagen”, recordó Muraoka. “Cuando nuestros ojos se encontraron, él vino hacia mí”, planteó.

Además, Tetsuo Ohara, de 72 años, quien editó el libro con la foto original, habló sobre la foto el 16 de noviembre en una conferencia en Fukuoka. “Ser testigo de escenas horriblemente crueles llevó a Joe (O’Donnell) a creer firmemente que la guerra nunca debería volver a ocurrir”, dijo Ohara.

“Estoy seguro de que quería transmitir que (el bombardeo atómico de Nagasaki) nunca debería haber sucedido contra la humanidad”. La foto, narró Ohara, fue donada a Nagasaki por la familia de O’Donnell.

Francisco, con jóvenes de Nagasaki


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Qué se espera del Papa en el Japón.

Giappone, un missionario: “La gente ha bisogno di speranza, dietro l’efficienza grandi sofferenze”

A poche ore dall’arrivo del Papa, la testimonianza di don Antonello Iapicca, sacerdote italiano in missione da trent’anni nel Paese del Sol Levante

Giappone, un missionario: “La gente ha bisogno di speranza, dietro efficienza e ordine grandi sofferenze”

ROMA. Un popolo che si fa scudo delle proprie sofferenze e solitudini con il rigore, l’ordine e l’efficienza, dove i giovani vivono il diluirsi della identità nel titolo di studio e nella posizione sociale e la Chiesa è anestetizzata ad ogni pulsione missionaria. Un popolo che necessita quindi di speranza e dell’annuncio del Vangelo. È il quadro del Giappone che incontrerà Papa Francesco, in viaggio nel Paese del Sol Levante dal 23 al 26 novembre. A delinearlo è don Antonello Iapicca, sacerdote italiano da trent’anni in missione a Takamatsu, che aiuta ad entrare nei gangli di un tessuto sociale minato dall’alto tasso di suicidi e dal fenomeno degli “Hikikomori” e di un apparato ecclesiale fiaccato da ideologie e da un concetto discutibile di inculturazione.

Trentotto anni dopo la visita di Giovanni Paolo II, quale Giappone incontrerà Papa Francesco?

«Papa Francesco, si sa, ha a cuore il Giappone, dove da giovane desiderava recarsi missionario. In me e in tanti fratelli della sparuta comunità cristiana giapponese, questa visita sta ridestando lo stupore e l’ammirazione suscitate più di 150 anni fa in tutto l’Occidente dalla scoperta dell’esistenza di un considerevole nucleo di cristiani in Giappone nonostante la feroce persecuzione durata più di due secoli. È come se l’esperienza di quei cristiani si venisse a saldare con la nostra, attraverso il fuoco della misericordia acceso con zelo appassionato dal Papa. Non è difficile rintracciare oggi, in questo scorcio della storia, le orme luminose dei testimoni e dei martiri che ci hanno preceduto».

Queste esperienze di martirio e persecuzione in che modo si riflettono nella Chiesa di oggi?

«Siamo ancora perseguitati, oggi ancora di più che nei primi secoli come dice sempre Papa Francesco, e non solo in quei frammenti di mondo dove l’odio fanatico dei tagliagole cerca fedeli da uccidere. A Occidente come ad Oriente la persecuzione è violenta quanto subdola e mascherata. In particolare il Giappone è una terra difficile: accanto alle radici religiose più che millenarie, all’isolamento che ha caratterizzato il Paese per molti secoli e ne ha marcato profondamente costumi e mentalità, vi è oggi un’indifferenza religiosa nelle nuove generazioni. La Chiesa sembra come spenta dinnanzi all’urgenza missionaria: i fallimenti ne hanno fiaccato lo zelo, antropologia ed ecclesiologia sono state minate da tante influenze ideologiche che, da una parte hanno soffiato sul fuoco del nazionalismo, dall’altra hanno come paralizzato ogni iniziativa di annuncio del Vangelo».

La Chiesa riesce, ad esempio, a stabilire un dialogo con i giovani? Considerando che il Giappone si distingue per l’alta percentuale di suicidi tra minorenni, anche di 10-12 anni.

«I suicidi sono solo la punta di un iceberg. La società giapponese, esattamente come quella occidentale, è in veloce decomposizione. Anche qui la speranza è il reale bisogno di ogni persona, ed essa coincide con la vittoria di Cristo sulla morte e il peccato. Si tratta soprattutto di una questione antropologica che sorge dalla fede cattolica e che purtroppo in questa fase appare non risolta, camuffata con il problema dell’inculturazione. Dietro alla cultura vi è l’uomo, i bisogni sono gli stessi in ogni luogo, come sono identici i peccati. Ma di questo si parla poco, anzi, tutto è diluito in una sorta di pseudo-ottimismo che vede nella realizzazione dell’inculturazione del Vangelo in Giappone la risoluzione ad ogni difficoltà dell’evangelizzazione. Il risultato è una lenta anestetizzazione delle pulsioni missionarie».

In Thailandia Papa Francesco ha esortato ad «inculturare il Vangelo», L’inculturazione può costituire quindi un problema?

«È diverso. Inculturazione non significa imitazione profana della speranza cristiana. In vari aspetti, la Chiesa in Giappone evidenzia invece una preoccupazione latente, quella di essere accolti, compresi, sintonizzati sulle onde delle religioni e delle culture. Emerge una sorta di complesso, un’ansia di mea culpa per quello che, numericamente, risulta un fallimento. Le riunioni e i seminari sull’inculturazione, gli incontri interreligiosi che a volte si risolvono in festival sincretistici sono come silenziatori applicati allo zelo per l’annuncio del Vangelo. La paura di essere rifiutati tarpa le ali».

Cosa bisognerebbe fare, secondo lei? 

«La mia esperienza di quasi trent’anni di missione in Giappone mi fa affermare quanto sia urgente e improcrastinabile rimboccarsi le maniche e insegnare ai giapponesi tutto quello che il Signore ci ha comandato. Al punto di accogliere il rifiuto. Il cuore ferito di questa gente lo conosciamo bene, il loro dolore bussa alla porta delle case di noi sacerdoti e famiglie inviati in missione: lo incontrano i figli tra i banchi di scuola; lo scopriamo negli uffici e nelle botteghe dove, con loro, lavoriamo; negli ospedali dove, con loro, andiamo a curarci; nei centri commerciali dove, con loro, cerchiamo offerte adatte alle nostre povere tasche; agli angoli delle strade dove, con loro, andiamo a gettare la spazzatura, rigorosamente differenziata. Si è fatto rassegnazione, facendo difficile la missione. La sofferenza trova sempre un ripostiglio dove nascondersi; a volte è così forte da riprendersi, prepotentemente, i più deboli, ragazzi o anziani, per gettarli tra le braccia del demone suicida. Bisogna andare nelle scuole, negli uffici, infiltrarsi nella ragnatela delle relazioni sociali. Occorre guardare negli occhi i ragazzi, gli adulti, gli anziani. Solo così si può intuire la realtà che si cela dietro la forma, inaccessibile frontiera che separa l’honne dal tatemae, l’autentico dall’apparente».

L’efficientismo, l’ordine e la misura che rendono il Giappone un modello sociale da imitare sono quindi, a quanto lei lascia intendere, quasi una forma di protezione dalla solitudine e dalla sofferenza…

«Chiusi i sentimenti, le idee e le intuizioni nel rifugio antiatomico del loro intimo, i giapponesi si sentono protetti proprio dall’uniformità stabilita dalle regole che governano le relazioni, dalla famiglia alla società. Misura, ordine ed efficienza sono tamponi adagiati sulla ferita, non guariscono. Lo spettacolo offerto dal Giappone nei giorni successivi il terremoto e lo tsunami devastanti di Fukushima sono la cifra di questo popolo: non vi è catastrofe dalla quale esso non si sia rialzato, con impegno e diligenza quasi sovrumane. Si ricostruiscono case, scuole e fabbriche, si dissodano ancora le povere terre per tornarvi a seminare, ma quel che è distrutto, laggiù, nel cuore, non c’è nessuno per sanarlo. Ordine all’esterno, che chiede un salario altissimo di tempo e impegno alle persone e alle famiglie, ma all’interno, ogni giapponese che non ha conosciuto Cristo è profondamente solo».

Tutto questo che peso ha sulle nuove generazioni? Abbiamo già accennato ai suicidi ma dilaga anche il fenomeno degli Hikikomori, tra gli argomenti di riflessione durante il Sinodo dei giovani del 2018.

«I giovani giapponesi sperimentano la durezza dell’educazione impartita, la cauterizzazione di qualunque sentimento, persino quelli materni e paterni; vivono il diluirsi della propria persona nel titolo di studio, la mansione lavorativa, la posizione sociale, e perdere così identità, carattere, e personalità. Quasi tutti hanno un amico o un parente suicida sotto il peso dell’insostenibile pressione volta al risultato e all’efficienza. In ogni città si possono vedere file di manager e semplici impiegati barcollare zuppi d’alcool sui marciapiedi dei fine settimana, estremi tentativi per togliersi di dosso ansie, frustrazioni e vessazioni. Centinaia di migliaia di ragazzine si vendono ai maschi che desiderano carne fresca, e le studentesse in divisa e minigonna vertiginosa esaltate quali campioni di femminilità. Poi, sì, ci sono gli “hikikomori”, sciami di ragazzi che si eclissano nelle proprie stanze per non uscirvi più, il viso incollato allo schermo del Pc a gettare giovinezza e speranze in un’esistenza imprigionata in tre metri quadri. Sono ovunque nel Paese».

Il quadro è solo negativo?

«No, Dio non ha dimenticato questo popolo. I cristiani in Giappone sono meno di un granello di sabbia su una spiaggia del Pacifico; molti di loro hanno dimenticato l’indirizzo della parrocchia, e ci tornano solo accompagnati dalle pompe funebri. Eppure sotto la cenere arde la brace, un piccolissimo resto scoppiettante di zelo grazie alle famiglie che sono qui in missione che, unite a tante piccole comunità cristiane, testimoniano l’amore che supera ogni barriera. Ho visto e vedo ogni giorno i semi del Vangelo seminati lungo i secoli e in questo tempo dalla predicazione crescere e dare frutti di vita eterna. Ho visto giovani diventare uomini e donne liberi, in grado di lavorare accettando le loro debolezze psicologiche, oppure ragazzi che hanno lasciato le innumerevoli attività parascolastiche che li tenevano impegnati sino a notte separandoli dalla famiglia e dagli affetti per stordirsi poi con alcool e sesso a buon mercato. Ho visto figli smettere di lasciare i propri genitori negli ospizi a causa degli orari di lavoro, rinunciando a carriere e denaro. Molti impiegati hanno avuto il coraggio di mettere in secondo piano il lavoro per ritornare a casa e occuparsi dei propri figli. È tutto merito di Dio: con Lui nella Chiesa, sono risorti e continuano a risorgere i giapponesi che non temono più precarietà e terremoti, debolezze e tsunami».


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El Papa a los obispos de Thailandia.

El Papa a obispos tailandeses: “sean padres de su pueblo, no clericalicen la misión”

“No clericalizar la misión y mucho menos a los laicos”, “tener siempre abierta la puerta para sus sacerdotes” y “no buscar otras manos que no sean las de Dios” son las exhortaciones del Papa a los obispos tailandeses.

Mireia Bonilla – Ciudad del Vaticano

“Recordemos que nosotros también somos parte de este pueblo; no somos los patrones, somos parte del pueblo y fuimos elegidos como servidores, no como dueños o amos”. Es este el recordatorio que les ha hecho el Papa Francisco a los Obispos de Tailandia y de la Federación de las Conferencias Episcopales Asiáticas con quienes se ha encontrado en el Santuario del Beato Nicolás en el último día de su Viaje Apostólico a Tailandia. Un discurso en el que el Papa además les ha pedido que por favor “no clericalicen la misión, y mucho menos  a los laicos”.

Dejarse impulsar por el ejemplo del Beato Nicolás

Francisco ha pedido a los obispos que pongan este encuentro bajo la mirada del Beato Nicolás Bunkerd Kitbamrung, para que su ejemplo impulse en ellos “un gran celo por la evangelización en todas las Iglesias locales de Asia” y puedan ser, cada vez más, “discípulos misioneros del Señor”. También ha recordado la Asamblea General de la Federación de Conferencias de los Obispos de Asia que tendrá lugar el próximo año 2020, en el cincuentenario de su fundación, asegurando que es una buena ocasión para “volver a visitar estos “santuarios” donde se custodian las raíces misioneras que marcaron estas tierras”. Y precisamente mirando el camino misionero en estas tierras, el Papa explica que una de las primeras enseñanzas recibidas nace de la confianza en saber que es precisamente el Espíritu Santo el primero en adelantarse: “El Espíritu Santo llega antes que el misionero y permanece con él”.

Ante las dificultades, aprender de los santos precedentes

En su discurso, también ha puesto en evidencia la multi-cultura y multi-religiosidad que caracteriza a este continente, pero también la pobreza y explotación extendida a varios niveles: “Ustedes cargan sobre sus hombros las preocupaciones de sus pueblos, al ver el flagelo de las drogas y el tráfico de personas, la necesidad de atender un gran número de migrantes y refugiados, las malas condiciones de trabajo, la explotación laboral experimentada por muchos, así como la desigualdad económica y social que existe entre los ricos y pobres”. Frente a esta realidad, el Papa les ha exhortado a aprender de los santos que les han precedido y que enfrentaron las dificultades propias de su época, pues ellos les van a permitir medir y evaluar el presente y su misión “desde una perspectiva mucho más amplia y transformadora”.

La misión es amor por Jesucristo, pero también pasión por su pueblo

También ha hablado de la misión, asegurando que ésta no consiste únicamente en “realizar proyectos” sino que requiere “una mirada y un olfato a cultivar” pero también “preocupación paternal y maternal”. “La misión es ciertamente amor por Jesucristo – continúa – pero al mismo tiempo es una pasión por su pueblo”. En este sentido, Francisco señala la importancia de ser fieles a la propia vocación “sin miedo a bajar a la calle y confrontarse con la vida misma de las personas que le fueron confiadas” y señala como uno de los puntos más hermosos de la evangelización el hacernos cargo de que la misión confiada a la Iglesia no reside sólo en la proclamación del Evangelio, sino también en aprender a creerle al Evangelio y dejarse tomar y transformar por él:  “Cuantos hay que proclaman – proclamamos a veces, en momentos de tentación – el Evangelio, y no le creemos al Evangelio” dice el Papa y puntualiza: “Debemos aprender a quererle al Evangelio”.

Iglesia en Tailandia: pequeña pero llena de alegría

Al final del discurso, el Papa subraya como en estos países o regiones los cristianos “son minorías” , a veces – dice – “ignoradas, obstaculizadas o perseguidas” y no por eso “se dejan llevar o contaminar por el síndrome de inferioridad o la queja de no sentirse reconocidos”. “Ustedes saben muy bien lo que es una Iglesia pequeña en personas y recursos, pero ardiente y con ganas de ser instrumento vivo del compromiso del Señor con todas las personas de vuestros pueblos y ciudades”. Es por ello que el Papa les ha agradecido por “ir adelante, anunciar, sembrar, rezar, y esperar” y todo esto lo hacen – dice – “sin perder la alegría”.

Tener siempre la puerta abierta a los sacerdotes

Antes de terminar, el Papa ha invitado a todos los obispos a “tener siempre abierta la puerta para sus sacerdotes”: “No olvidemos que el prójimo más prójimo del obispo es el sacerdote. Estén cerca de ellos, especialmente cuando los vean desanimados o apáticos, que es la peor de las tentaciones del demonio. y háganlo no como jueces sino como padres, no como gerentes que se sirven de ellos, sino como auténticos hermanos mayores”. Su consejo final no pasa desapercibido: “no busquen otras manos que no sean las de Dios”.

 


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Rep. Dominicana: importantes celebraciones en el 525 aniversario de la primera misa en América

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525° aniversario de la primera misa en América

La Iglesia en la República Dominicana realiza una serie de actividades que incluyen peregrinaciones y celebraciones litúrgicas para dar gracias a Dios por el 525° aniversario de la primera misa celebrada en América, que se cumple hoy 5 de enero

Manuel Cubías – Ciudad del Vaticano

(Actualizado el 5 de enero 2019)

La primera eucaristía fue celebrada en la Isabela, Puerto Plata el 6 de enero de 1494, por el sacerdote Bernardo Boil, quien era parte de la comitiva del segundo viaje de Cristóbal Colón.  La misa fue celebrada en una capilla improvisada.

Las celebraciones se llevan a cabo delante del “Templo de las Américas”, a las diez de la mañana. En el lugar se creará una estructura para recibir a 525 personas de cada una de las 12 diócesis del país. Con estas actividades se  invita a los fieles a peregrinar a este templo.

Mons. Corniel Amaro, obispo de Puerto Plata, afirma que la evangelización “también trajo una gran obra misionera para la educación, la salud, las obras de caridad y el respeto por la dignidad de la vida. Predicadores cristianos como Montesinos denunciaron el tráfico y los malos tratos que los españoles hicieron a los nativos. Los beneficios de la proclamación del Evangelio todavía los vivimos hoy ” (Agencia Fides)

Carta del Papa Francisco

El Papa Francisco en la carta dirigida al Cardenal Rosa Chávez lo nombra su representante y afirma que “la eucaristía es el mayor regalo que nos ha dado nuestro Salvador”. Continúa diciendo que la tarea de la Iglesia sigue siendo animar en la fe y la esperanza a los fieles. Así como él, el Papa, anima a los obispos y a todos los que realizan labor pastoral. Les pide siempre estar cerca de la eucaristía, porque es fuente de  comunión y energía para la misión.

Por último, el Papa les transmite la bendición apostólica, “como prenda de abundantes gracias celestiales y de nuestro amor y de sincero testimonio”.


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Se ha clausurado el año Diego de Pantoja. Quién era? De dónde? En qué destacó.

Publicado: Jueves, 20 Diciembre 2018

Clausura del Año Diego de Pantoja, que ha servido para rescatar su figura

Con una mesa redonda y un precioso concierto de música de la corte china, se clausuró en el Instituto Cervantes de Madrid el Año Diego de Pantoja. Conferencias, publicaciones, exposiciones, un simposio internacional, conciertos, una feria barroca dedicada a China y hasta un lugar en el callejero de su localidad natal, Valdemoro (Madrid), han conformado este aniversario por los 400 años de su muerte. Los actos han tenido lugar tanto en el país asiático como en España en homenaje a este jesuita, compañero de Mateo Ricci, conocido como uno de los primeros sinólogos.

Pantoja vivió en China durante más de veinte años, describió en sus escritos aspectos minuciosos de la sociedad, cultura, ritos y costumbres chinas, que se difundieron ampliamente en Europa y en América. Fue pionero en acceder a la Ciudad Prohibida a principios del siglo XVII y, desde el corazón de China, trabajó también con ahínco y con respeto para divulgar sus amplios conocimientos sobre astronomía, geografía, música o filosofía del mundo occidental, consiguiendo la más alta consideración entre los letrados de la corte Ming.

En el acto celebrado ayer en Madrid, el director del Instituto Cervantes, Luis García Montero resaltó con alegría como este año ha servido para “rescatar de un olvido injusto” a este precursor de los intercambios culturales y comerciales entre China y España. Le entregó a Zhang Xiping, director del Instituto de Civilización Comparada y Comunicación Intercultural de la Universidad de Estudios Extranjeros en Pekín, un retrato del jesuita. Además, ambos destacaron el hecho de que durante la pasada visita a España el pasado noviembre del presidente de China, Xi Jinping, tanto éste como el Rey de España, Felipe VI, mencionaron a Diego Pantoja en sus discursos.

Durante la mesa redonda protagonizada por varios especialistas en la figura de Pantoja se desmenuzó la importancia de la extensa carta (133 folios) que el jesuita escribiera a Luis de Guzmán, Provincial de Toledo en 1602, que era un completo informe etnográfico de primer orden sobre la cultura china. Algunas de sus informaciones sirvieron para la corrección de mapas y errores geográficos. Como se dijo durante el acto aquella era una carta de un hombre de frontera cuyo mayor logro fue un esfuerzo objetivo de intentar comprender al otro.

Al finalizar las intervenciones, tuvo lugar el concierto “El clave del emperador Tras el legado de Diego Pantoja”, a cargo de Todos los Tonos y Ayres, junto con Ìliber Ensemble, con instrumentos habituales de la Corte China.

Este 400 aniversario ha despertado en investigadores, historiadores y humanistas chinos y españoles el interés y el impulso por el estudio de la vida y obra de Pantoja, así como el interés por rescatar su figura histórica. El alcalde de Valdemoro anunció que este impulso continuará, al menos en su localidad, en 2021, cuando se celebre el 450 aniversario de su nacimiento.

Ver fotografías aquí.


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Palabras del Papa: una oreja al evangelio y otra al pueblo.

Bergoglio: una oreja al Evangelio y otra al pueblo, el consejo que le dio Angelelli

El Papa recuerda las palabras del obispo mártir argentino a los chicos franceses de Viviers, que han vuelto de un peregrinaje a La Rioja, siguiendo las huellas del misionero Longueville

El obispo Angelelli con dos campesinos

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Pubblicato il 29/10/2018
IACOPO SCARAMUZZI
CIUDAD DEL VATICANO

 

«Una oreja para escuchar la palabra de Dios y otra para escuchar al pueblo»: es el consejo del obispo argentino Enrique Angelelli, asesinado en 1976 y que será beatificado en La Rioja el próximo 27 de abrir de 2019, que el joven Jorge Mario Bergoglio escuchó en 1973. El Papa quiso recordarlo hoy ante un grupo de jóvenes franceses que pasaron un periodo en esa diócesis argentina, siguiendo las huellas de Angelelli y otros sacerdotes y laicos católicos asesinados, entre los que está también el misionero francés Gabriel Longueville.

 

El franciscano conventual Carlos Murias y el sacerdote francés “fidei donum” Gabriel Longueville, de la diócesis de Viviers, fueron secuestrados en la base aérea Chamical, Argentina, el 18 de julio de 1976. Fueron torturados, asesinados y sus cuerpos fueron hallados dos días después; Wenceslao Pedernera, organizador del Movimiento Rural Católico, fue asesinado en su casa frente a su mujer y sus tres hijas el 25 de julio siguiente. Pocos días después el obispo de La Rioja, Enrique Angelelli (18 de julio de 1923 – 4 de agosto de 1976), al volver de Chamical, en donde había celebrado una misa en recuerdo de Murias y Longueville, falleció en lo que la policía y los magistrados definieron accidente automovilístico hasta julio de 2015, cuando, después de que el Vaticano enviara un documento clave, un tribunal estatal reconoció que fue un homicidio y condenó a cadena perpetua al ex general del ejército Luciano Benjamin Menéndez, a los 86 años, y al ex comodoro Luis Fernando Estrella, a los 82 años, reconociéndolos como autores intelectuales del crimen.

 

Hace algunos días, según refirió la Conferencia Episcopal de Argentina, en una comunicación del obispo emérito de La Rioja, Marcelo Colombo, que ahora es arzobispo de Mendoza, el sustituto de la Secretaría de Estado, monseñor Edgar Peña Parra, anunció que el Papa «ha concedido que la celebración del rito de beatificación del venerable siervo de Dios Enrique Ángel Angelelli Carletti, obispo de La Rioja, tenga lugar en esta ciudad el sábado 27 de abril de 2019».

 

«Conocí al padre Longueville», dijo hoy el Papa a los jóvenes de la diócesis de Viviers, acompañados por el obispo Jean-Louis Balsa. «Monseñor Angelelli en La Rioja nos predicó el retiro espiritual el 13 de junio de 1973, cuando fui elegido provincial [se refiere probablemente al 31 de julio del mismo año, fecha en la que Jorge Mario Bergoglio fue elegido superior de la provincia argentina de la Compañía de Jesús, ndr.]. Ahí escuché un consejo suyo: una oreja para escuchar la palabra de Dios y otra para escuchar al pueblo. No existe la evangelización de laboratorio: la evangelización siempre es cuerpo a cuerpo, personal, de lo contrario no es evangelización: cuerpo a cuerpo, con el pueblo de Dios, y cuerpo a cuerpo con la palabra de Dios».

 

La evangelización se da «en camino», dijo el Papa, citando el Evangelio: «Jesús invitó a los discípulos a evangelizar, no les dijo: siéntense, ¡tómense un poco de mate y evangelicen! Cuando ustedes se reúnen, piensan a dónde pueden ir, a visitar un hospital, una casa de reposo para ancianos, una guardería para niños. Su obispo usó una palabra sobre la evangelización, que en su opinión, es una de las palabras más importantes de la pastoral: la dulce y consoladora alegría de evangelizar. Si están ustedes evangelizando bien, esto les dará gusto, alegría. Su frase fue tomada de “Evangelii nuntiandi”, el documento pastoral más importante: en una de sus reuniones pueden leerlo todo, la última parte. San Pablo VI dice esta frase y después describe a los malos evangelizadores: tristes, desanimados, yo diría un poco de vinagre… Es el mejor tratado sobre evangelización que exista».

 

Francisco respondió libremente a las preguntas de algunos chicos franceses, con la ayuda de un intérprete. «Los que mejor entienden la palabra de Dios son los pobres, porque no ponen ninguna barrera a esta palabra, que es como una espada que llega hasta el fondo del corazón», dijo. «Entre más seamos pobres de espíritu, mejor la comprendemos. Ustedes mismos, tomen la Biblia y el Evangelio, y puede ser que digan: “Esto no lo entiendo, porque no tengo cultura”. Pero les digo: ¡abran el libro, lean y escuchen, y llegará una sorpresa, algo que tocará el corazón! Algo importante es que la palabra de Dios no solo entra por el ojo o por la oreja, sino que se escucha con el corazón, con un corazón abierto. Al joven rico que le preguntaba a Jesús qué hacer para alcanzar la vida eterna, Jesús duce que venda sus posesiones, y el joven no logra porque está lleno de riqueza y, entonces, no tiene el corazón abierto. Cuando tengamos la impresión de no comprender la palabra de Jesús, preguntémonos por qué tenemos el corazón lleno de otras cosas, un corazón que no escucha». La oración, explicó el Papa, debe ser hecha «con el pueblo, en grupo: es más fuerte porque estamos unidos en la oración. Sí, yo puedo estar solo y debo estar solo para encontrarme con Él en la oración, pero solo físicamente, consciente de que conmigo está toda la Iglesia, está toda la comunidad: esta es la manera de rezar del cristiano».

 

A una chica que le preguntó cómo continuar en Francia con el clima de fraternidad que vivió en su experiencia argentina, el Papa aconsejó que se encontraran regularmente, una vez a la semana o al mes, «para recordar y renovar». En cuanto al servicio a los demás y a la comunidad, que pudieron experimentar los jóvenes franceses en La Rioja, «trabajar juntos por los demás —subrayó Francisco— suscita en nosotros una serie de dimensiones diferentes de humanidad: comprenderse, cooperar y también rezar juntos. Es muy importante: si ustedes dicen “reunámonos y estudiemos cómo tenemos que comportarnos, cómo vivir”, y hacen una reunión a la semana sobre el tema, no dura ni cuatro semanas, ¡y el grupo se disuelve! El diálogo entre ustedes tienen que hacerlo con la mente, con el corazón y con las manos. Si no se dialoga así, el diálogo no dura. Por esto es importante que los jóvenes se ensucien las manos, se comprometan». No faltaron algunas bromas con los jóvenes franceses durante el encuentro. «En La Rioja ustedes cantaron, tomaron mate… ¿probaron la “grappa” del lugar? ¡Es la mejor del mundo!», dijo el Papa Francisco. Para despedirse añadió: «Gracias por el viaje a La Rioja, lo siento que no tengo mate».


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Sínodo. Un nuevo modo de ser iglesia. La opinión de un jesuita auditor

#Synod2018, P. Bytton: “Los jóvenes nos desafían a un nuevo modo de ser Iglesia”

El P. Juan Bytton Arellano, S.J., Capellán de la Pontificia Universidad Católica del Perú, describe su experiencia como Auditor en la XV Asamblea General Ordinaria del Sínodo de los Obispos, dedicado al tema: “Los jóvenes, la fe y el discernimiento vocacional”.

Renato Martinez – Ciudad del Vaticano

“Esta Asamblea Sinodal podría resumirse en una frase: los jóvenes nos han ayudado a ser un nuevo modo de vivir y ser Iglesia, y esto es la sinodalidad. El punto final de este Sínodo, es un punto de inicio, y lo que nos toca ahora es encarnar lo que en este mes hemos vivido”, lo dijo el P. Juan Bytton Arellano, S.J., Capellán de la Pontificia Universidad Católica del Perú, Consultor de la Conferencia Episcopal Peruana para los jóvenes y Auditor de la XV Asamblea General Ordinaria del Sínodo de los Obispos, dedicado al tema: “Los jóvenes, la fe y el discernimiento vocacional”.

Hacia una Iglesia sinodal en el siglo XXI

“En este Sínodo, nos hemos reunido una parte de la Iglesia para debatir y reflexionar sobre los desafíos y esperanzas de los jóvenes – afirmó el Capellán Universitario – y el fruto de esta Asamblea estará plasmado en el Documento Final, para hacer de la Iglesia universal, una Iglesia sinodal, una Iglesia que salga al encuentro del otro sin miedos, sin prejuicios, sin ganas de imponer lo que pienso, y esto es el Sínodo, caminar juntos, y es lo que hemos hecho durante este mes. Por ello, es posible una Iglesia sinodal en el siglo XXI – alentó el P. Bytton – porque es lo que exige el siglo XXI, ya que el Evangelio nos invita a salir, nos invita a caminar, nos invita a anunciar a Jesús, y hacer del Evangelio un criterio de vida, es esto lo que el mundo necesita hoy”.

El Sínodo nos invita a salir al encuentro del otro

El jesuita peruano describiendo su experiencia vivida como Auditor durante estos días de Sínodo dijo que, el Sínodo nos invita a salir al encuentro del otro, el Evangelio y nuestra fe nos invitan a refrescar nuestras mentes y a refrescar nuestros corazones, sobre todo con la actitud de cercanía, con la actitud de acogida, con la actitud de escucha, para que caminando juntos – Sínodo – podamos encontrar, podamos disfrutar y podamos transmitir lo que Dios quiere decirle al mundo el día de hoy. En este espíritu hemos vivido el Sínodo, ese ha sido el espíritu de este tiempo, y me animo, rezo y promuevo que sea también el espíritu para la Iglesia en este nuevo comenzar, en este reiniciarse con los jóvenes, no por, no para, sino con los jóvenes para el mundo entero”.