Loiola XXI

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Solidaridad de América Latina con Venezuela

América Latina debe mantener su tradición de solidaridad y mostrarla a los venezolanos

ACNUR / Elisabet Diaz Sanmartin
Una familia de venezolanos ha encontrado un nuevo hogar en Tumbes, Perú, gracias a la solidaridad local. Aquí dos niños juegan en el albergue en el que viven.

28 Enero 2019

La llegada de centenares de miles de venezolanos a países vecinos ha generado ciertas manifestaciones xenófobas que empañan la generosidad demostrada en la gran mayoría de los casos tanto por los gobiernos como por la población. El representante especial conjunto de ACNUR y OIM para los refugiados y migrantes venezolanos llamó a pueblos y gobiernos latinoamericanos a mantener su tradición solidaria en esta delicada coyuntura.

El flujo de centenares de miles de refugiados y migrantes de Venezuela en los últimos años es el movimiento de población más grande en la historia reciente de América Latina. Ante esta crisis mayúscula, la reacción de los países de la región ha sido ejemplar. Sin embargo, en días recientes se han registrado actos de rechazo a ese colectivo, reportó Eduardo Stein.

El representante especial explicó este lunes en un comunicado que en sus viajes por la región ha constatado la solidaridad, respeto y compromiso de los gobiernos, organizaciones humanitarias y comunidades locales con los venezolanos migrantes y refugiados.

Recordó asimismo que, en el pasado, Venezuela abrió sus puertas a un gran número de refugiados y migrantes de la región.

Incidentes xenófobos

Stein lamentó, no obstante, que en los últimos días se hayan registrado sucesos violentos, ataques físicos y verbales y amenazas contra ciudadanos venezolanos en algunos países.

“Aunque aislados y no representativos, estos actos de odio, intolerancia y xenofobia son sumamente preocupantes. Frente a ellos es necesario que los gobiernos y las sociedades respondamos con un mensaje claro y contundente de repudio”, enfatizó.

“El racismo, la misoginia y la xenofobia no tienen lugar en nuestros países y deben ser condenados con firmeza. Los dirigentes políticos y líderes de opinión deben apelar en sus pronunciamientos a la paz, la justicia, la calma y la mesura, condenando las actitudes y acciones xenófobas y misóginas”.

El enviado señaló que los medios de comunicación y los usuarios de redes sociales deben informar acerca de los hechos de manera responsable, sin incitar a actitudes y acciones xenófobas, y deben condenar todo ataque físico o verbal contra los refugiados, migrantes y otras personas extranjeras, cuando estos se produzcan.

Tradición solidaria

Afirmó el diálogo, la solidaridad, la justicia, la coexistencia y el respeto por la diversidad son la única vía para resolver los retos latinoamericanos.

“Ante los actuales desafíos humanitarios y políticos, América Latina debe seguir siendo fiel a su tradición de solidaridad”, subrayó.

Stein consideró que el Proceso de Quito -promovido por varios gobiernos de la región- constituye un camino de esperanza, de entendimiento y construcción común, una hoja de ruta para fomentar la recepción, protección e inclusión de personas refugiadas y migrantes en los países receptores.

Finalmente, indicó que ACNUR y la OIM seguirán apoyando a los Estados y la sociedad civil en la asistencia a los refugiados y migrantes, al igual que a las comunidades que los acogen.

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Veinte exjefes de Estado americanos critican al Papa

Lettera di protesta di 20 ex presidenti dell’America Latina contro Papa Francesco

Mercoledì 9 Gennaio 2019 di Franca Giansoldati

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Lettera di protesta di 20 ex presidenti dell'America Latina contro Papa Francesco

Città del Vaticano – Con una iniziativa quasi spettacolare, mai vista prima, venti ex capi di Stato  dell’America Latina hanno preso carta e penna per inviare a Papa Francesco una lettera choc, contestandogli sostanzialmente l’appello fatto il giorno di Natale dalla loggia delle Benedizioni  a proposito della situazione esistente in Venezuela e in Nicaragua. Si trattava di una invocazione alla concordia tra le parti in conflitto e contenuta nel messaggio Urbi et Orbi: «Questo tempo di benedizione – aveva detto Bergoglio – consenta al Venezuela di ritrovare la concordia e a tutte le componenti sociali di lavorare fraternamente per lo sviluppo del Paese e per assistere le fasce più deboli della popolazione». Secondo i firmatari della missiva, l’appello così formulato, rischia di dare una visione politica un po’ approssimativa della gravità della situazione generale. Nella lettera spedita al Papa su iniziativa di IDEA (iniziativa democratica di Spagna e Americhe) e apparsa su diversi organi di stampa locali, si legge: «In questo modo non si mette affatto l’accento sul fatto che i venezuelani sono vittima di una oppressione di una narco-dittatura militarizzata, che non si fa scrupolo di conculcare in maniera sistematica i diritti alla vita, alla libertà e alla integrità personale».

I 20 ex presidenti spiegano a Papa Francesco di essere a conoscenza delle sue preoccupazioni davanti alla sofferenza che patiscono sia i venezuelani che i nicaraguensi. «I primi sono vittima dell’oppressione di una narco-dittatura militarizzata (…), i secondi di una ondata di repressione che ha causato 300 morti e 2.500 feriti». In Venezuela, aggiungono, vengono portate avanti in modo sistematico politiche deliberate volte ad una corruzione che sta scandalizzando il mondo mentre la gente impoverisce al punto che non hanno più nemmeno le medicine. Ciò che notificano al Papa è che il suo appello, strutturato in quel modo, rischia di essere inteso come «una richiesta ai popoli oppressi, che sono vittime ad accordarsi con i rispettivi aguzzini», in particolare nel caso del Venezuela, dove «c’è un governo che ha causato 3 milioni di rifugiati» e dove la prospettiva, per il 2019, è di arrivare a 5,4 milioni, secondo i dati dell’Onu.

«Le espressioni di Sua Santità che sappiamo essere in buona fede e dettate dal suo spirito di pastore, possono essere interpretate anche in modo negativo per la maggioranza dei venezuelani e nicaraguensi. Soprattutto quando esiste, attualmente, in entrambi i Paesi, un disaccordo politico che reclama tolleranza e comprensione, tra forze discorsi e narrative distanti, all’interno di un quadro ben poco democratico» dove la menzogna è elevata a sistema, dove non c’è libertà di stampa, anzi, dove le voci difformi rischiano il carcere e le persecuzioni e spesso pure la morte come consta agli organismi americani ed europei di diritti umani.

Seguono le firme: Oscar Arias, Costa Rica; Nicolás Ardito Barletta, Panamá; Enrique Bolaños, Nicaragua; Alfredo Cristiani, El Salvador; Felipe Calderón, México; Rafael Ángel Calderón, Costa Rica; Laura Chinchilla, Costa Rica; Fernando De la Rúa, Argentina; Vicente Fox, México; Eduardo Frei, Chile; César Gaviria T., Colombia; Osvaldo Hurtado, Ecuador; Luis Alberto Lacalle, Uruguay ;Jamil Mahuad, Ecuador; Mireya Moscoso, Panamá ; Andrés Pastrana A., Colombia; Jorge Tuto Quiroga, Bolivia; Miguel Ángel Rodríguez, Costa Rica; Álvaro Uribe V., Colombia; Juan Carlos Wasmosy, Paraguay. I firmatari chiedono poi un incontro, anche in Vaticano, «in circostanze propizie».

Papa Francesco sin dall’inizio del suo mandato si è speso in prima persona per cercare di trovare una via di mediazione alla crisi venezuelana. Ha invitato Maduro in Vaticano, ha mandato a Caracas persone di fiducia, segue i fatti con apprensione attraverso i vescovi, il nunzio ma soprattutto tramite il cardinale Parolin (che è stato nunzio a Caracas fino al 2013) e il Sostituto Pena Parra, da poco chiamato alla Segreteria di Stato. Lo stallo venezuelano resta una delle spine nel fianco. Non sono mancati gli appelli per i profughi che continuano a fuggire a causa della miseria, delle condizioni di incertezza e per le persecuzioni cui vanno incontro gli oppositori del sistema.

I vescovi venezuelani ieri, nel corso di una assemblea plenaria, hanno affermato che è illegittimo il nuovo mandato di Maduro. Nella situazione attuale «è un peccato – scrivono – che grida al Cielo voler mantenere a tutti i costi il potere e cercare di prolungare il fallimento e l’inefficienza di questi ultimi decenni: è moralmente inaccettabile! Dio non vuole che il popolo soffra sottomettendosi all’ingiustizia». Da qui l’urgenza per arrivare ad una soluzione e un cambiamento. I vescovi ritengono illegittima la votazione del 20 maggio scorso per l’elezione del Presidente della Repubblica, così come l’Assemblea Nazionale Costituente imposta dal ramo esecutivo. Perciò «l’intenzione di iniziare un nuovo mandato presidenziale il 10 gennaio 2019 – proseguono i vescovi – è illegittima a causa della sua origine e apre una porta al non riconoscimento del governo perché manca del sostegno democratico nella giustizia e nel diritto».


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USA: los días 26 y 27 colecta de los católicos en favor de América Latina

Esta iniciativa apoya el trabajo de los subcomités de la Iglesia en América Latina financiando subvenciones para esfuerzos pastorales como la formación de líderes laicos, la formación de seminaristas y religiosos, el ministerio de prisiones y la pastoral juvenil, entre otros.

Ciudad del Vaticano

Según un comunicado oficial, la tradicional colecta anual de Estados Unidos para la Iglesia de América Latina tendrá lugar los días 26 y 27 de enero de 2019. Durante más de 50 años,  ha sido un signo de solidaridad entre los católicos estadounidenses y los de América Latina y el Caribe.

“Esta colecta es una oportunidad para que los católicos de las Américas compartan su fe y se acerquen a Cristo”, dijo el Octavio Cisneros, Obispo Auxiliar de Brooklyn y nuevo presidente del Subcomité para la Iglesia en América Latina.

 

“Agradezco a los fieles de los Estados Unidos por su compasión y generosidad hacia sus hermanas y hermanos de América Latina y el Caribe. He visto a muchas personas de muchos países que se benefician de esta generosidad”, añadió.

Esta iniciativa apoya el trabajo de los subcomités de la Iglesia en América Latina financiando subvenciones para esfuerzos pastorales como la formación de líderes laicos, la formación de seminaristas y religiosos, el ministerio de prisiones y la pastoral juvenil, entre otros. En 2018, la colecta alcanzó una cifra de alrededor de 7,5 millones de dólares en donaciones, y buena parte se destinó a las zonas devastadas por los recientes desastres naturales.


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Latinoamérica y la prensa. Preocupante situación.

periodistasperiodistas 

SIP ve “panorama devastador” en periodismo y alerta de Venezuela y Nicaragua

La Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) alertó al cerrar su 74 Asamblea General, del “devastador” panorama en el que se mueve el periodismo en América, en especial por la situación de “libertades cercenadas” en Venezuela y Nicaragua y los 30 comunicadores asesinados en lo que va de año

Patricia Ynestroza-Ciudad del Vaticano

En la asamblea se eligió a la nueva presidenta del organismo, María Elvira Domínguez, directora del diario colombiano El País, de la ciudad de Cali, quien aseveró que los desafíos de la SIP “son cada día más grandes”, pero valoró que, en sus más de siete décadas de existencia, sus logros “han tenido repercusión mundial”.

El encuentro se llevó a cabo en la ciudad argentina de Salta y frente a un aforo repleto de directivos de los más importantes medios de comunicación de América. También ante el presidente de Argentina, Mauricio Macri, quien encabezó la ceremonia de clausura del principal encuentro anual de la SIP, integrada por 1.300 publicaciones y cuya labor central es defender la libertad de expresión y de prensa. “Sigamos trabajando para que se terminen las censuras y las agresiones, las violaciones a la libertad de prensa y expresión en todo el continente”, aseveró el mandatario.

Periodistas en riesgo

En Venezuela, remarcó Domínguez, el Gobierno de Nicolás Maduro sigue “violando los derechos humanos de sus ciudadanos”, y en Nicaragua “las libertades son vulneradas como consecuencia de una campaña de agresión sistemática del Gobierno” de Daniel Ortega. Esta realidad, sumada al asesinato de 30 periodistas en la región en lo que va de año (más de un tercio en México), dibuja a juicio de la comunicadora “un panorama devastador”, aunque reconoció que la historia ha demostrado que “siempre hay algo más que la SIP puede hacer”.  La Asamblea guardó un minuto de silencio por el asesinato del periodista saudí Jamal Khashoggi y todos aquellos informadores fallecidos en el ejercicio de su profesión.

Países donde es difícil ser periodista

En el nuevo comité directivo de la SIP, estarán también Cuba, donde la “represión estatal ha aumentado”; México, donde los periodistas asesinados y desaparecidos “sigue en aumento”; Honduras, “uno de los países más peligrosos para ejercer el periodismo” y Brasil, con “asesinatos y hostigamientos” que no cesan. De Colombia, la presidenta de la SIP criticó las amenazas, secuestros e “intimidaciones” de bandas implicadas en el narcotráfico y con la corrupción. A esa “lista de urgencias”, como lo calificó, se suma Estados Unidos, cuyo presidente, Donald Trump, “fustiga constantemente a los principales medios de comunicación”.

Una declaración de principios de libertad de expresión

Como principal fruto de la Asamblea, la SIP aprobó una declaración de principios de libertad de expresión en la era digital. “Los derechos vinculados a las libertades de expresión y de prensa deben garantizarse por igual en el entorno digital y en el tradicional”, reza el primer principio de la Declaración, compuesta por 13 puntos. En el texto se considera que las “amenazas y los ataques” a las libertades de expresión y de prensa provenientes de actores estatales y privados “no han cesado” y los “abusos y el mal uso” de estas tecnologías han potenciado la censura y el acoso.

“Defenderemos los principios sobre la libertad de expresión contenidos en la Declaración de Salta para garantizar que las libertades que defendemos se mantengan y sean respetadas en las plataformas tecnológicas”, dijo al respecto Domínguez, quien frente a la multiplicación de “aparentes noticias que desconocen la verdad” en la red consideró “vital” reivindicar el “periodismo riguroso”.

La SIP celebrará en Cartagena de Indias (Colombia) y en Miami (Estados Unidos) sus principales reuniones de 2019.


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Escaso crecimiento de la economía en Latinoamérica y Caribe-en 2018

La economía de América Latina y el Caribe crecerá un 0,6% en 2018, pero sin cumplir las expectativas

Gerardo Pesantez/Banco Mundial
Trabajo de construcción para al expansión del Canal de Panamá. Foto de archivo: Banco Mundial/Gerardo Pesantez

5 Octubre 2018

Las perspectivas económicas de crecimiento para América Latina y el Caribe durante 2018 no cumplirán con las previsiones iniciales debido en gran parte a los desafíos que afrontan algunos países de la región, especialmente en Sudamérica.

Según las estimaciones del último informe regional semestral del Banco Mundial publicado este viernes, la economía regional región crecerá este año  un 0,6% y un 1,6% durante 2019.

Las principales razones de este leve crecimiento se deben la crisis macroeconómica que empezó el pasado mes de abril en Argentina, la desaceleración del crecimiento en Brasil, el continuo deterioro de la situación económica y social en Venezuela, y un entorno de factores externos menos favorable.

“Hemos encontrado baches en el camino a la recuperación”, señaló el Economista Jefe del Banco Mundial para América Latina y el Caribe, Carlos Végh, quien añadió que ante esta situación es “ aún más necesario mejorar la comprensión y la gestión de los riesgos y otros impactos, desde turbulencias financieras hasta desastres naturales”.

El descenso de la actividad económica vendrá propiciado principalmente por la parálisis del crecimiento en Sudamérica cuya economía se contraerá un 0,1% este año, pero se espera que crezca un 1,2% el 2019.

El organismo financiero apuntó que si se excluyera a Venezuela de las previsiones las cifras serían de un crecimiento del 1,2% este 2018 y un 1,9% el año que viene.

América Central y el Caribe lideran los aumentos

Sin embargo, el contrapunto a esta situación se producirá en Centroamérica, que aumentaría un 2,8% en 2018 y un 3,2% en 2019; el Caribe, con un 3,7% este año y un 3,5% el que viene; y México, con una subida del 2,3% durante ambos años.

Entre los factores externos que benefician a la economía de la región se apunta al sólido crecimiento de Estados Unidos; a la subida, algo más lenta pero aún superior al 6%, de China y a una recuperación en los precios de las materias primas.

Pese a estas circunstancias favorables, el Banco Mundial advirtió de futuras turbulencias “como la normalización de la política económica en los Estados Unidos, con tasas de interés más elevadas y que han llevado a una caída drástica en los flujos netos de capital hacia la región, el fortalecimiento del dólar, la depreciación de la mayoría de las monedas emergentes y tensiones comerciales”.

Asimismo, apreció que, pese a la previsión de crecimiento de un 1,9% para 2019, “la situación general sigue siendo preocupante” por la incerteza política en Brasil, un posible empeoramiento de la actual recesión en Argentina, los interrogantes sobre la sostenibilidad de algunas reformas clave en México y posibles guerras comerciales.

Ben Parker/IRIN
Destrucción causada por el huracán María en Dominica. Foto: IRIN/Ben PArker

El peligro que representan los desastres naturales

El Banco Mundial recordó que la región es propensa a fenómenos meteorológicos, como terremotos huracanes e inundaciones, y una “de las más vulnerables” en relación con fallecimientos y daños económicos, debido a la alta densidad de población en esas zonas y la necesidad de mejorar la aplicación de la gestión de riesgos.

Teniendo en cuenta la incertidumbre existente en el panorama económico, es más importante que nunca construir resiliencia para afrontar el futuro con mayores garantías”, dijo el vicepresidente del Banco Mundial para América Latina y el Caribe, Jorge Familiar.

Entre estas garantías se encuentran los bonos catastróficos para terremotos de la Alianza del Pacífico o el Mecanismo de Seguro contra Riesgos Catastróficos del Caribe.

Ante la posibilidad de riesgos imprevistos y que no pueden asegurarse el Banco Mundial destacó que “depende de la asistencia posterior al hecho, aunque se pueden adoptar medidas antes de que ocurran” y que “el fortalecimiento de las instituciones y los mercados puede ayudar a los países” a una rápida recuperación.


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Primer congreso de grupos étnicos latinoamericanos

Pueblos originarios del PerúPueblos originarios del Perú  (AFP or licensors)

México: concluyó el I Congreso de Pastoral de Pueblos Originarios

Del 7 al 11 de agosto de 2018, se llevó a cabo en la Universidad Marista de Mérida, Yucatán, el Primer Congreso de Pastoral de Pueblos Originarios de México y América Latina. Comunicado conclusivo.

Renato Martinez – Ciudad del Vaticano

Provenientes de los cuatro rumbos de Nuestra Casa Común de este continente llamado América, se reunieron del 7 al 11 de agosto de 2018 en las tierras del Mayab, Mérida, Yucatán, 550 personas representando a los pueblos originarios de México, Guatemala, El Salvador, Panamá, Colombia, Ecuador y Argentina, acompañados de sus Pastores, para testimoniar la vida y luchas de los pueblos indígenas y para impulsar el acompañamiento pastoral de estas luchas y al florecimiento de las iglesias autóctonas.

I Congreso de Pastoral de Pueblos Originarios

El Primer Congreso de Pastoral de Pueblos Originarios de México y América Latina – se lee en el Comunicado conclusivo – se realizó en ocasión de conmemorar los 25 años del encuentro del Papa San Juan Pablo II con las etnias de nuestro continente, y para inaugurar el trecenario de preparación de los quinientos años del hecho guadalupano.

Además, el Congreso fue convocado por la Dimensión de Pastoral de Pueblos Originarios de la Comisión Episcopal de Pastoral Social de la Conferencia del Episcopado Mexicano, junto con la Arquidiócesis de Yucatán y la Provincia Franciscana San Felipe de Jesús, sureste de México.

Un pueblo en camino

Durante estos días, describen los participantes, comprobamos la riqueza de nuestra diversidad de lenguas, culturas y tradiciones religiosas que manifiestan nuestros modos propios de entender y vivir con Dios, con los demás seres humanos y con la Madre Tierra. Pero junto a estas flores y cantos que dan sentido a nuestra vida también descubrimos espinas que llenan de dolor y de tristeza nuestro corazón. “Han resonado en nosotros los clamores de la naturaleza y de los pobres – precisan en la Nota – y estamos dispuestos como Iglesia a asumirlos en nuestra acción pastoral y a sumarnos a su lucha por la defensa de la vida de los pueblos y de la Madre Tierra”.

Leer los signos de los tiempos

“Los que aquí nos reunimos – agregan los representantes de los Pueblos Originarios – hemos sido testigos y víctimas del modelo globalizante neoliberal agravado por la corrupción y la violencia, que es un proyecto de muerte; sus megaproyectos extractivistas son formas más modernas y agresivas de despojo, de explotación y descarte que destruyen los bienes de la creación, los conocimientos tradicionales ancestrales y el tejido social de los pueblos”.

Por ello, los Representantes de los Pueblos Originarios se comprometen a recuperar, los valores culturales y espirituales que se han perdido o menguado en nuestros pueblos; asegurar la continuidad de los procesos de liberación e inculturación reconociendo la siembra de Dios y el cultivo de la religión popular de los pueblos. Educarnos mutuamente desde la familia, las comunidades y pueblos aceptando que la gente forma a sus pastores para el buen convivir entre nosotros, con la Madre Tierra y con Dios.

También se comprometen a, actuar como iglesia particular autóctona en unidad de fe dentro de la diversidad de carismas, servicios y culturas. Incidir en la sociedad con la fe, sabiduría ancestral y participación ciudadana sobre las políticas públicas, conociendo y manejando las leyes que afectan la causa indígena y proponiendo acciones concretas con las que nuestros pueblos sigan afrontando sus problemas y tengan vida digna y vida en abundancia y a organizarnos como pueblos y como iglesia para defender, ampliar y planificar la vida.

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El consumo de pescado en Latinoamérica.

FAO
Niños secando pescado en Vietnam. Foto: OIT / Trong Thang

9 Julio 2018

En la actualidad, América Latina tiene el menor consumo per cápita de pescado a nivel mundial con solo 9,8 kilos por año, pero la Organización para la Alimentación y la Agricultura prevé un fuerte aumento de su ingesta, lo que no sólo afectará a los hábitos alimenticios, sino a las exportaciones.

Los peces representan alrededor del 17 por ciento de las proteínas animales consumidas por la población mundial y, en total, proporcionan a casi 3200 millones de personas del planeta cerca del 20 por ciento de su proteína animal. El pescado es un alimento muy nutritivo, especialmente útil para contrarrestar las carencias de micronutrientes.

Para 2030, la Organización para la Alimentación y la Agricultura (FAO) pronostica un importante impulso al bajo consumo de pescado actual de América Latina y el Caribe, según un nuevo informe publicado este lunes.

El estado mundial de la pesca y la acuicultura 2018 prevé que el consumo total de pescado en la región aumentará un 33%.
Esto es particularmente importante para la región, ya que actualmente es una exportadora neta de pescadi y una gran productora de acuicultura, pero tiene el menor consumo per cápita mundial: solo 9,8 kilos por año, frente a los 20,4 kilogramos de media mundial por persona. En 2015, los latinoamericanos solo consumieron 6,2 millones de toneladas de pescado, menos que todas las demás regiones del mundo, salvo por Oceanía.
Para 2030, se espera que el consumo total de pescado aumente en todas las regiones del planeta. Además del mencionado 33% en América Latina, se espera que en África crezca un 37%, en Oceanía, un 28% y en Asia un 20%.
Sin embargo, a pesar de estas subidas, el informe calcula que en 2030 aproximadamente el 71 por ciento de los peces disponibles para el consumo humano, unos 184 millones de toneladas, se consumirá en los países asiáticos, mientras que las cantidades más bajas se consumirán en Oceanía y América Latina.

Aumento de la producción

Las proyecciones del estudio indican que para 2030, América Latina y el Caribe verá un crecimiento del 24,2% en la producción de pescado, tanto de pesca como de acuicultura, lo que supondrá pasar de 12,9 millones de toneladas a 16 millones de toneladas.
Si bien actualmente solo el 4% de los 60 millones de personas que se dedica a los sectores de la pesca y la acuicultura vive en América Latina y el Caribe, en la Amazonia brasileña, por ejemplo, los hogares obtienen el 30% de los ingresos familiares de la pesca.

También para 2030, se prevé que la producción acuícola continúe expandiéndose en todos los continentes, y se esperan mayores aumentos en particular en América Latina, donde crecerá un 49%, al pasar de más de 2,7 millones de toneladas a algo más de 4 millones de toneladas.
En la actualidad 3,8 millones de personas trabajan en acuicultura en la región, el 2% del total mundial. El empleo en los sectores de la pesca y la acuicultura está creciendo moderadamente, mientras que la producción acuícola ha experimentado un crecimiento sostenido bastante alto.América Latina sigue siendo una exportadora neta de pescado. Las exportaciones latinoamericanas, que comprenden principalmente camarón, atún, salmón y harina de pescado de Ecuador, Chile y Perú, se incrementaron en 2016 y nuevamente en 2017 por una mayor producción y un repunte de los precios del atún.
Para 2030, las exportaciones de pescado proyectadas de la región aumentarán en un 29 %, de 3,9 millones de toneladas en 2016 a 5,1 millones de toneladas. Las importaciones experimentarán un aumento aún mayor (del 53%), al pasar de 2,3 millones de toneladas en 2016 a 3,5 millones de toneladas en 2030.

Caída de las capturas marinas

Las capturas marinas totales a nivel mundial fueron de 79,3 millones de toneladas en 2016, lo que representa una disminución de casi 2 millones de toneladas respecto de los 81,2 millones de toneladas en 2015.

Las capturas de anchoveta de Perú y Chile, que a menudo son considerables pero muy variables debido a la influencia de El Niño, representaron 1,1 millones de toneladas de esta disminución. Sin embargo, en los últimos dos años, Perú continuó siendo el principal productor y exportador mundial de harina de pescado y aceite de pescado.

Los ecosistemas de agua dulce son fuentes importantes de peces comestibles y proveen alrededor del 40 por ciento de todos los peces destinados al consumo humano en los últimos años. En al menos 11 países de América Latina y el Caribe, el 20 % o más de las personas que trabajan en la pesca de captura trabajan en la pesca continental, como ríos y lagos, aunque ésta constituye sólo el 3 % de las capturas en la región.
El impacto de la pesca de captura continental puede centrarse en áreas específicas de un país: en Brasil, por ejemplo, el consumo promedio nacional de peces de agua dulce (de la pesca de captura continental y acuicultura de agua dulce) es bastante bajo – sólo 3,95 kg per cápita por año en 2013- pero en el Amazonas, este mismo consumo es cercano a los 150 kg per cápita por año.

Demasiados barcos persiguen a muy pocos peces

A nivel mundial, alrededor del 59,9 por ciento de las principales especies de peces comerciales se pescan ahora a niveles biológicamente sostenibles, mientras que el 33,1 por ciento se pescan a niveles que acabarán con los caladeros, situación que la Organización para la Alimentación y la Agricultura considera preocupante.

Hace apenas 40 años, el 90 por ciento de las pesquerías monitoreadas por la FAO se explotaban a niveles biológicamente sostenibles, y solo el 10 por ciento se pescaba de forma insostenible.

Estas tendencias no significan necesariamente que no se haya avanzado para alcanzar el Objetivo de Desarrollo Sostenible 14, que insta a la comunidad internacional regular de forma efectiva la pesca y la sobrepesca, la pesca ilegal y las prácticas de pesca destructiva, e implementar planes de gestión con base científica y enfocados a restablecer las poblaciones de peces.

Pero la FAO advierte que el mundo ha empleado estrategias desiguales para lograr una pesca sostenible, agravándose la sobrepesca y el estado de las poblaciones -demasiados barcos persiguen a muy pocos peces- en los países en desarrollo, que compensa la mejora de la gestión pesquera y del estado de las poblaciones ícticas en los países desarrollados.

Hacer frente a esta situación requerirá establecer alianzas eficaces, en particular en la coordinación de políticas, la movilización de recursos financieros y humanos y el despliegue de tecnologías avanzadas, por ejemplo, para monitorear la pesca.

Otros desafíos

El cambio climático y la contaminación son también motivo de preocupación.

Si bien las investigaciones sugieren que el cambio climático podría causar una variación de menos del 10 por ciento en los niveles globales de captura mundial de peces, se prevén cambios significativos en los lugares donde se pesca, advierte el informe. Es probable que las capturas disminuyan en muchas regiones tropicales dependientes de la pesca y aumenten en las zonas templadas del norte.

Los cambios en la distribución de las pesquerías tendrán importantes implicaciones operativas, gerenciales y jurisdiccionales, dice el informe. Será necesario investigar para desarrollar estrategias que permitan que la pesca y las especies que se explotan se adapten sin dificultades al cambio climático.

También será necesaria una mayor colaboración para abordar los problemas que los restos de los aparejos de pesca abandonados y la contaminación por microplásticos están causando en los ecosistemas acuáticos. Se debe dar prioridad a las medidas preventivas que reduzcan la basura marina y los microplásticos, a esfuerzos para actualizar los planes de reciclaje a las “economías circulares”, así como la eliminación progresiva del plástico de un solo uso, según el informe de la FAO.

 

Mujeres administran un restaurante callejero especializado en frituras de pescado en la ciudad portuaria de Tumaco, en el sudoeste de Colombia. El 70% del empleo de las mujeres en las regiones en desarrollo es de carácter informal y carece de protección.

El pescado es vida

El Estado mundial de la pesca y la acuicultura 2018 destaca la importancia de la pesca y la piscicultura para los medios de subsistencia de la población, incluidos millones de familias pertenecientes a algunas de las comunidades más pobres del mundo.

En todo el mundo, casi 60 millones de personas, de las que el 14 por ciento son mujeres, trabajan directamente en el sector de la pesca y la acuicultura, cuyo valor en primera venta de la producción en 2016 ascendió a 362.000 millones de dólares estadounidenses.

Cifras clave 

• Producción mundial total de pescado en 2016: 171 millones de toneladas

• Volumen que procede de pesca de captura marina: 79,3 millones de toneladas

• Volumen de la pesca de captura de agua dulce: 11,6 millones de toneladas

• Cantidad obtenida de la acuicultura: 80 millones de toneladas

• Cantidad de la producción consumida por los seres humanos como alimento: 151,2 millones de toneladas

• Cantidad de la producción perdida por desperdicio y/o descartada después del desembarco y antes del consumo: 27 por ciento de todos los desembarques.

• Valor de primera venta de toda la producción pesquera y acuícola en 2016: 362 000 millones de dólares estadounidenses.

• Parte que corresponde a la acuicultura: 232 000 millones de dólares.

• Región con mayor cantidad de pescadores y acuicultores: Asia (85% del total)

• Número de buques pesqueros en el planeta: 4,6 millones

• Mayor flota por región: Asia (3,3 millones de buques, 75% de la flota mundial)

• Mayor productor y exportador de pescado del mundo: China

• Mayor mercado de consumo de pescado y productos pesqueros en el mundo: la Unión Europea, seguida por Estados Unidos y Japón

• Mayores pesquerías insostenibles: Mediterráneo y Mar Negro (62,2% de las poblaciones sobreexplotadas), Pacífico sudoriental (61,5%), Atlántico suroccidental (58,8%)

• Mayores pesquerías sostenibles: Pacífico oriental central, occidental central, nororiental, noroccidental y sudoriental (en conjunto 17% de las poblaciones sobreexplotadas)