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Importante congreso mundial jesuitas en Roma. Social.

Migrazioni, ecologia, sovranismi: i Gesuiti rilanciano l’impegno sociale

A Roma il 50° anniversario del segretariato fondato da Pedro Arrupe. Un posto centrale per i 57 «martiri» della Compagnia di Gesù morti in servizio

Migrazioni, ecologia, sovranismi: i Gesuiti rilanciano l’impegno sociale

ROMA. Nell’epoca di Papa Francesco e in tempi di sovranismo, i gesuiti rilanciano l’impegno nel sociale con un congresso che vede radunati a Roma oltre duecento persone da tutto il mondo impegnate nelle questioni più drammatiche, dalla lotta allo sfruttamento ambientale in Honduras al recupero dei giovani delle gang negli Stati Uniti, dai dalit sfollati in India alle sfide educative con i giovani in Africa, dal lavoro con i migranti e i rifugiati che arrivano in Europa all’impegno contro il cambiamento climatico. Giovedì mattina, 6 novembre, Papa Francesco riceve i partecipanti a questo congresso.

Viviamo un «cambio d’epoca» che ha, tra le sue conseguenze, un «indebolimento della democrazia», ha detto in una conferenza stampa il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa, «e sulla base dell’esperienza che abbiamo avuto in questi anni e del nostro impegno, siamo convinti che senza democrazia la giustizia sociale è quasi impossibile. Uno degli elementi fondamentali è la partecipazione della gente, del popolo come soggetto della vita politica e questo si fa in democrazia. Problemi quali il sovranismo nascono quando si costruiscono muri, si impedisce l’integrazione, ad esempio in Europa che pure avrebbe bisogno di persone (immigrate, ndr)».

«Siamo convinti che l’impegno politico è collegato con l’essere cristiano, il che vuol dire essere cittadino, coinvolto responsabilmente nella ricerca del bene comune. Noi vogliamo offrire alle persone la possibilità di scoprire questa vocazione e la possibilità di formarsi. La politica come mestiere è una vocazione cristiana, il cui obbiettivo è la giustizia e la riconciliazione», ha detto il gesuita venezuelano, che nel corso della cerimonia inaugurale, questa mattina, aveva ricordato che «la Compagnia di Gesù è stata “istituita allo scopo precipuo di occuparsi specialmente del progresso delle anime nella vita e nella dottrina cristiana, e della propagazione della fede”. Soddisfare questo obiettivo oggi come seguaci, compagni e compagne di Gesù di Nazareth è possibile solo incarnandosi, come Lui, nell’umanità crocifissa dal peccato del mondo e, insieme, contribuire a superare le cause dell’oppressione degli esseri umani e il maltrattamento dell’ambiente».

Il congresso marca l’anniversario del segretariato per la Giustizia sociale e l’ecologia, fondato cinquanta anni fa da padre Pedro Arrupe, lo storico superiore che – non senza «sofferenze e incomprensioni», come ha ricordato oggi il suo successore – traghettò i gesuiti nei tempestosi anni successivi al Concilio Vaticano II. Per padre Arrupe è peraltro stato aperto, l’anno scorso, il processo di beatificazione.

Alla cerimonia inaugurale del congresso, che si svolge dal 4 all’8 novembre presso la Curia generalizia, a due passi dal Vaticano, erano presenti tre cardinali: il gesuita Pedro Barreto, Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, che ha fatto un excursus storico sulla Dottrina sociale della Chiesa, e il gesuita Michale Czerny, della segreteria vaticana per le migrazioni, che ha sottolineato il legame tra le preferenze apostoliche universali – le linee guida dei gesuiti per il prossimo decennio – e le «conversioni» individuate  nelle conclusioni del Sinodo appena concluso a Roma sull’Amazzonia: «Un Sinodo – ha detto il porporato, che in passato ha guidato il segretariato dei gesuiti per la giustizia sociale e l’ecologia – funziona quando alla fine, come mi è accaduto, ho votato per cose sulle quali all’inizio del Sinodo non ero d’accordo: mi auguro che anche in questo congresso ciò avvenga».

La preghiera della prima mattinata, così come la messa serale, hanno avuto al loro centro il ricordo dei 57 «martiri» gesuiti morti in questi cinquanta anni mentre erano in servizio, «e ci dispiace molto di non aver potuto includere anche i laici che sono morti nello stesso servizio, e che sono stati moltissimi», ha detto padre Sosa. Tra questi sacerdoti uccisi, tra poco ricorrono i trent’anni della strage dei gesuiti del Salvador massacrati nella loro università il 16 novembre del 1989.

«La povertà divenuta uno scandalo, l’esclusione è divenuta uno scandalo, la diseguaglianza è divenuta uno scandalo, e noi dobbiamo affrontare questi scandali e andare contro queste forme di esclusione», ha detto padre Xavier Jeyaraj, segretario per la giustizia sociale e l’ecologia. «Sono certo che nei prossimi anni in tutte le provincie, le conferenze, le istituzioni dei gesuiti sarà il tema centrale e potremo affrontarlo se uniti».

Padre Sosa ha invitato i gesuiti a riconoscere anche «i nostri errori e accettiamo le nostre cadute, cercando di fare tesoro di quanto appreso dalle esperienze vissute», nel suo discorso introduttivo, ed ha poi proposto dieci suggestioni, «partendo dai quali possiamo esaminarci con trasparenza e coraggio: 1) La dimensione spirituale del nostro impegno a favore della giustizia sociale e dell’ecologia integrale: quanto il nostro impegno sociale personale e quello delle nostre opere ci avvicinano a Dio e ci mostrano la strada verso di Lui? 2) Il posto del discernimento personale e di gruppo nella nostra vita-missione: quanto stiamo discernendo, a livello personale e istituzionale, la missione alla quale ci invita lo Spirito che agisce nella storia? 3) La collaborazione tra gesuiti, laici, laiche, altre persone e istituzioni: quanto facciamo della collaborazione con altre parti del corpo un qualcosa di normale, seppur necessaria, nel nostro lavoro? In che misura stabiliamo una relazione fraterna, orizzontale, tra tutti e tutte? 4) Il posto delle donne nelle nostre istituzioni e priorità sociali: che posto occupano le donne nei processi di discernimento, nell’adozione di decisioni della nostra vita missione? Che posto occupano tra le sfide prioritarie di un mondo che le emargina o le esclude, e una Chiesa restia a riconoscere la loro corresponsabilità nella direzione della comunità dei seguaci e delle seguaci del Signore Gesù? 5) Il lavoro in Rete: quanto stiamo lavorando in rete tra noi e con le altre opere apostoliche della Compagnia, e con altre istituzioni che dalla loro identità contribuiscono alla crescita del regno del Signore?».

Ancora: «6) La vicinanza ai poveri come dimensione costitutiva del cammino di redenzione aperto da Gesù di Nazareth: quanto siamo vicini ai poveri e agli esclusi? Quanto siamo veramente disposti a muoverci in quella direzione nella nostra vita e nei nostri stili di lavoro? In che modo il nostro sguardo al mondo, e la nostra sensibilità di fronte alle situazioni che viviamo, determinano la vicinanza ai poveri? 7) Il nostro lavoro intellettuale. La Compagnia di Gesù nasce associando la profondità spirituale, la vicinanza ai poveri e la comprensione intellettuale dei processi umani. Il discernimento che porta a scegliere le azioni da realizzare necessita di profondità intellettuale. Stiamo accompagnando le nostre opere sociali con quella riflessione e quella ricerca che la complessità del mondo che abbiamo davanti richiede? 8) Il rafforzamento della leadership dei poveri e degli esclusi: che posto occupano i gruppi più esclusi (migranti, donne, giovani, persone più vulnerabili delle nostre società) nei nostri progetti sociali? Sono solo oggetti della nostra missione o, al contrario, stiamo aprendo spazi affinché siano soggetti, e abbiano la leadership dei processi di liberazione? 9) La advocacy locale e globale: ci stiamo preoccupando di andare al di là del servizio diretto per sviluppare processi di advocacy che incidano sulle strutture dell’esclusione, e che producano un bene maggiore e più universale? 10) L’impegno volto a sradicare gli abusi dentro e fuori la Chiesa come dimensione necessaria della trasformazione delle strutture ingiuste della società. Fino a che punto è cresciuta la nostra sensibilità di fronte agli abusi sessuali, di coscienza e di potere all’interno delle nostre istituzioni, dentro la Chiesa e nell’insieme delle nostre strutture sociali? Abbiamo sviluppato strategie appropriate per rilevare, reagire ed evitare questo tipo di abusi? Che posto occupa la promozione di una “cultura della salvaguardia” nella nostra lotta per la giustizia sociale?».


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El Papa a la Pontificia Academia de Ciencias sociales. Importante discurso sobre problemas sociopolíticos actuales.

Audiencia del Papa a los participantes en la Asamblea Plenaria de la Pontificia Academia de Ciencias Sociales Audiencia del Papa a los participantes en la Asamblea Plenaria de la Pontificia Academia de Ciencias Sociales   (Vatican Media)

Papa: los migrantes no son una amenaza para la cultura

“Nuestras obligaciones con los migrantes se articulan en torno a cuatro verbos: acoger, proteger, promover e integrar”. De ahí que un Estado que despierte sentimientos nacionalistas contra otras naciones o grupos de personas “fracasaría en su misión”, tal como lo afirmó Francisco al recibir a los participantes en la Asamblea Plenaria de la Pontificia Academia de Ciencias Sociales

María Fernanda Bernasconi – Ciudad del Vaticano

Al dar su bienvenida este mediodía, en la Sala Clementina del Palacio Apostólico, a los participantes en la Asamblea Plenaria de la Pontificia Academia de Ciencias Sociales, el Papa Bergoglio agradeció a su Presidente, el Profesor Stefano Zamagni, sus amables palabras y por haber aceptado presidir esta Academia. Y recordó inmediatamente que también este año han elegido tratar un tema de actualidad permanente:

“Desafortunadamente – dijo el Santo Padre – tenemos ante nuestros ojos situaciones en las que algunos Estados nacionales implementan sus relaciones en un espíritu más de contraposición que de cooperación” Y añadió que, además, se constata que las fronteras de los Estados no siempre coinciden con demarcaciones de poblaciones homogéneas y que muchas tensiones se deben a una excesiva reivindicación de soberanía por parte de los Estados, a menudo precisamente en ámbitos en los que ya no son capaces de actuar eficazmente para proteger el bien común.

Desafíos de carácter global para la humanidad

Además, el Pontífice destacó que tanto en su Encíclica Laudato si’ como en su Discurso a los Miembros del Cuerpo Diplomático de este año, él mismo ha llamado la atención sobre los desafíos de carácter global a los que se enfrenta la humanidad, tales como el desarrollo integral, la paz, el cuidado de la casa común, el cambio climático, la pobreza, las guerras, las migraciones, la trata de personas, el tráfico de órganos, la protección del bien común y las nuevas formas de esclavitud.

Después de citar a Santo Tomás con su noción de lo que es un pueblo, el Obispo de Roma afirmó que “la Iglesia siempre ha exhortado al amor de su propio pueblo, de la patria, a respetar el tesoro de las diversas expresiones culturales, de las costumbres y hábitos y de los modos justos de vivir enraizados en los pueblos.

El nacionalismo conflictivo levanta muros

Y destacó que la Iglesia ha advertido siempre a las personas, a los pueblos y a los gobiernos acerca de las desviaciones de este apego cuando se dirige a la exclusión y al odio de los demás, cuando se convierte en un nacionalismo conflictivo que levanta muros, es más, incluso en racismo o antisemitismo”.

Por esta razón Francisco no dudó en recordar que “la Iglesia observa con preocupación el resurgimiento, en casi todas partes del mundo, de corrientes agresivas hacia los extranjeros, especialmente los inmigrantes, así como ese nacionalismo creciente que descuida el bien común”.

Sí, porque como dijo el Papa, “esto podría comprometer las formas ya consolidadas de cooperación internacional”, haciendo que se corra el riesgo de “socavar los objetivos de las Organizaciones internacionales como espacio de diálogo y de encuentro para todos los países en un nivel de respeto mutuo, y obstaculizar el logro de los Objetivos de desarrollo sostenible aprobados unánimemente por la Asamblea General de las Naciones Unidas el 25 de septiembre de 2015”.

El Estado está al servicio de las personas

También reafirmó que es doctrina común que el Estado está al servicio de la persona y de los grupos naturales de personas como la familia, el grupo cultural, la nación como expresión de la voluntad y de las costumbres profundas de un pueblo, el bien común y la paz. Y dijo que sin embargo, “con demasiada frecuencia los Estados están subordinados a los intereses de un grupo dominante, sobre todo por razones de beneficio económico, que oprime, entre otras, a las minorías étnicas, lingüísticas o religiosas que se encuentran en su territorio”.

Y desde esta perspectiva y a modo de ejemplo Francisco agregó que el modo con que una nación acoge a los migrantes revela su visión de la dignidad humana y su relación con la humanidad. En efecto – prosiguió diciendo el Papa – “toda persona humana es miembro de la humanidad y tiene la misma dignidad”. Y “cuando una persona o una familia se ve obligada a abandonar su propia tierra, debe ser acogida con humanidad”.

Acoger, proteger, promover e integrar

Por eso recordó que muchas veces ha dicho que “nuestras obligaciones con los migrantes se articulan en torno a cuatro verbos: acoger, proteger, promover e integrar”. Sabiendo que “el migrante no es una amenaza para la cultura, las costumbres y los valores de la nación que lo acoge”. Y que también él tiene el deber de integrarse en la nación receptora. Precisando, sin embargo que “integrarse no significa asimilar, sino compartir el tipo de vida de su nueva patria, aunque siga siendo él mismo como persona, portador de su propia historia biográfica”. De este modo – añadió Francisco – el migrante podrá presentarse y ser reconocido como una oportunidad para enriquecer al pueblo lo integra. De manera que “es tarea de la autoridad pública proteger a los migrantes y regular los flujos migratorios con la virtud de la prudencia, así como promover la acogida de manera que las poblaciones locales reciban formación y se les aliente a participar conscientemente en el proceso de integración de los migrantes que son acogidos”.

El Papa Francisco les dijo además que la cuestión migratoria, que es un dato permanente de la historia de la humanidad, anima la reflexión sobre la naturaleza del Estado nacional, teniendo en cuenta que todas las naciones son el resultado de la integración de sucesivas oleadas de personas o grupos de migrantes y tienden a ser imágenes de la diversidad de la humanidad, estando unidas por valores y recursos culturales comunes y sanas costumbres. De ahí que, según el Pontífice, un Estado que despierte los sentimientos nacionalistas de su propio pueblo contra otras naciones o grupos de personas “fracasaría en su misión”, sabiendo, por la historia, “adónde conducen estas desviaciones”.

Tras referirse al principio de subsidiariedad, el Papa manifestó que es de esperar que, por ejemplo, no perdamos en Europa la conciencia de los beneficios de este camino de acercamiento y armonía entre los pueblos emprendido después de la Segunda Guerra Mundial. Y recordó que en América Latina, Simón Bolívar impulsó a los líderes de su tiempo a forjar el sueño de una Patria Grande que sepa y pueda acoger, respetar, abrazar y desarrollar la riqueza de cada pueblo. “Esta visión cooperativa entre las naciones – dijo Francisco – puede hacer avanzar la historia relanzando el multilateralismo, opuesto tanto a los nuevos impulsos nacionalistas como a una política hegemónica”.

Entre otros temas relacionados el Pontífice aludió a evitar la amenaza de recurrir a los conflictos armados, al diseño de una globalización imaginada como esférica, que nivela las diferencias y sofoca la localización, y a la implementación de una globalización “polifacética”, que apoye una sana lucha por el reconocimiento mutuo entre la identidad colectiva de cada pueblo y nación y la propia globalización, según el principio de que todo está por encima de las partes, a fin de llegar a un estado general de paz y armonía.

Por último el Papa los animó a perseverar en su búsqueda de procesos para superar lo que divide a las naciones y a proponer nuevos caminos de cooperación, especialmente con respecto a los nuevos desafíos del cambio climático y la nueva esclavitud, así como el excelso bien social que es la paz. Llamándolos queridos amigos, “como habitantes de nuestro tiempo, cristianos y académicos de la Pontificia Academia de Ciencias Sociales”, el Santo  Padre les pidió que colaboren con él en la difusión de esta conciencia de renovada solidaridad internacional en el respeto de la dignidad humana, el bien común, el respeto del planeta y el bien supremo de la paz. Y tras bendecirlos de corazón les dijo que los acompaña con su oración, a la vez que les pidió que también ellos no se olviden de rezar por él.

Escuche el informe

02 mayo 2019, 13:16


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El Papa a la fundación social Galileo

2019.02.08 Miembros Fundación Galileo2019.02.08 Miembros Fundación Galileo  (Vatican Media)

Papa Francisco agradece a Fundación Galileo su compromiso con la sociedad

El Papa, en el mensaje, expresa sus agradecimientos a los miembros y benefactores de la Fundación Galileo: “aprovecho esta oportunidad para expresaros mi aprecio por vuestro generoso compromiso con la misión pastoral de la Iglesia.”

Ciudad del Vaticano

Apoya proyectos especiales del Santo Padre

La Fundación Galileo es una institución que trabaja  por un mundo en el que se valore y proteja la libertad y la dignidad de cada ser humano. Lucha por una sociedad en la que “nadie se quede atrás” o se vea privado a causa de la pobreza.  Busca eliminar la esclavitud moderna y la trata de seres humanos en todas sus formas, y apoyar a quienes trabajan incansablemente contra ella”.

La Fundación Galileo existe para promover iniciativas basadas en la fe con un ethos católico y cristiano. Su objetivo es apoyar proyectos especiales del Santo Padre a través de la filantropía, con especial énfasis en el trabajo de las Academias Pontificias de Ciencias y Ciencias Sociales. También busca ampliar las relaciones ecuménicas existentes entre la Iglesia Católica y la Comunión Anglicana, así como apoyar a las comunidades cristianas de Tierra Santa cuya existencia se encuentra gravemente amenazada.

Mensaje

El Papa comienza su mensaje valorando la labor de los miembros y benefactores de la Fundación Galileo:

“desempeñáis un valioso papel para dar a conocer el mensaje salvífico del Evangelio a los hombres de nuestro tiempo, especialmente a nuestros hermanos y hermanas más vulnerables. Les animo a que avancen en ofrecer generosamente un testimonio tan importante”.

Francisco recuerda:  “no es casualidad que nos reunamos en la fiesta de Santa Josefina Bakhita, patrona de las víctimas de la trata de seres humanos. Conocía, por dolorosa experiencia personal, la realidad de la esclavitud y sus consecuencias violentas y humillantes. Sin embargo, por la gracia de Dios, llegó a conocer la verdadera libertad y la verdadera alegría.

El Papa subraya el papel de la Fundación: “Quisiera destacar, especialmente, su contribución a la sensibilización sobre la situación de los que sufren la pobreza y la explotación, especialmente los que son prisioneros del delito de trata de seres humanos. Esta es una tarea urgente y esencial para los cristianos de hoy”.

Finalizó su mensaje impartiendo la bendición a todos los miembros y benefactores de la fundación, así como pidiéndoles que recen por él.


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Marchionne: un ejemplar empresario italiano fallecido aún joven. La opinión de un obispo.

InBlu Radio

Mons. Todisco a InBlu Radio: “Per lui tutte le persone erano degne di rispetto e attenzione”. “Mi ha colpito la semplicità di un dirigente affermato in tutto il mondo. Era figlio di emigrati in Canada. Un lavoratore che non si è mai montato la testa”. Così il vescovo emerito di Melfi, mons. Gianfranco Todisco, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio della Cei, ha ricordato Sergio Marchionne.
“Quella maglia – ha proseguito mons. Todisco – che gli vidi indossare non era di circostanza perché era la stessa che spesso indossava in altre manifestazioni pubbliche”.
“Era un uomo che non si dava arie – ha aggiunto mons. Todisco – lui figlio di emigrati sapeva che per un operaio non lavorare era una tragedia personale e famigliare. E il fatto che lui abbia fatto in modo che l’azienda restasse a Melfi fa capire quanto ritenesse importante il lavoro per tante famiglie”.
“Marchionne – ha concluso mons. Todisco – nelle sue visite in fabbrica ha permesso a tante persone di avvicinarsi, avrà stretto migliaia di mani dei suoi operai. Questa cosa mi ha sempre colpito. Aveva la capacità di stare vicino a tutti, non solo alle persone importanti. Per lui tutte le persone erano uguali, degne di rispetto e attenzione”.