Loiola XXI

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Coloquio del Papa con la Unión de Superiores religiosos.

La Chiesa deve rimanere in uscita – Il colloquio del 25 novembre scorso tra Papa Francesco e l’Unione superiori maggiori

2017-02-09 L’Osservatore Romano

Lo scorso 25 novembre il Papa ha incontrato nell’aula del Sinodo i membri dell’Unione superiori maggiori riuniti per l’ottantottesima assemblea generale sul tema «Andate e portate frutto. La fecondità della profezia» e dopo i saluti del presidente, il cappuccino Mauro Jöhri, e del segretario generale, il comboniano David Glenday, ha dialogato per oltre due ore con i religiosi. Di seguito pubblichiamo le domande e le risposte secondo la trascrizione che esce nel numero 4000 della Civiltà Cattolica.

Santo Padre, noi riconosciamo la sua capacità di parlare ai giovani e di infiammarli per la causa del Vangelo. Noi sappiamo anche del suo impegno per avvicinare i giovani alla Chiesa; per questo ha convocato il prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Quali motivazioni l’hanno spinta a convocare il Sinodo sui giovani? Quali suggerimenti ci offre per raggiungere i giovani oggi?

Michelangelo«Il profeta Gioele»(Cappella Sistina)

Alla fine del Sinodo scorso ogni partecipante ha dato tre suggerimenti sul tema da affrontare nel prossimo. Poi sono state consultate le Conferenze episcopali. Le convergenze sono andate su temi forti, quali gioventù, formazione sacerdotale, dialogo interreligioso e pace. Nel primo Consiglio post-sinodale è stata fatta una bella discussione. Io ero presente. Ci vado sempre, ma non parlo. Per me importante è ascoltare davvero. È importante che io ascolti, ma lascio che siano loro a lavorare liberamente. In questo modo capisco come emergono le problematiche, quali sono le proposte e i nodi, e come si affrontano.

Hanno scelto i giovani. Ma alcuni sottolineavano l’importanza della formazione sacerdotale. Personalmente ho molto a cuore il tema del discernimento. L’ho raccomandato più volte ai gesuiti: in Polonia e poi alla Congregazione Generale. Il discernimento accomuna la questione della formazione dei giovani alla vita: di tutti i giovani, e in particolare, a maggior ragione, anche dei seminaristi e dei futuri pastori. Perché la formazione e l’accompagnamento al sacerdozio ha bisogno del discernimento.

Al momento è uno dei problemi più grandi che abbiamo nella formazione sacerdotale. Nella formazione siamo abituati alle formule, ai bianchi e ai neri, ma non ai grigi della vita. E ciò che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casuistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio. E la volontà di Dio si cerca secondo la vera dottrina del Vangelo e non nel fissismo di una dottrina astratta. Ragionando sulla formazione dei giovani e sulla formazione dei seminaristi, ho deciso il tema finale così come è stato comunicato: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

La Chiesa deve accompagnare i giovani nel loro cammino verso la maturità, e solo con il discernimento e non con le astrazioni i giovani possono scoprire il loro progetto di vita e vivere una vita davvero aperta a Dio e al mondo. Dunque ho scelto questo tema per introdurre il discernimento con maggior forza nella vita della Chiesa. L’altro giorno abbiamo avuto la seconda riunione del Consiglio post-sinodale. Si è discusso abbastanza bene su questo argomento. Hanno preparato la prima bozza sui Lineamenta che si dovrà inviare subito alle Conferenze episcopali. Hanno lavorato anche religiosi. È uscita una bozza ben preparata.

Questo comunque è il punto chiave: il discernimento, che è sempre dinamico, come la vita. Le cose statiche non vanno. Soprattutto con i giovani. Quando io ero giovane, la moda era fare riunioni. Oggi le cose statiche come le riunioni non vanno bene. Si deve lavorare con i giovani facendo cose, lavorando, con le missioni popolari, il lavoro sociale, con l’andare ogni settimana a dar da mangiare ai senzatetto. I giovani trovano il Signore nell’azione. Poi, dopo l’azione si deve fare una riflessione. Ma la riflessione da sola non aiuta: sono idee… solo idee. Dunque due parole: ascolto e movimento. Questo è importante. Ma non solamente formare i giovani all’ascolto, bensì innanzitutto ascoltare loro, i giovani stessi. Questo è un primo compito importantissimo della Chiesa: l’ascolto dei giovani. E nella preparazione del Sinodo la presenza dei religiosi è davvero importante, perché i religiosi lavorano molto con i giovani.

Che cosa si aspetta dalla vita religiosa nella preparazione del Sinodo? Quali speranze Lei ha per il prossimo Sinodo sui giovani, alla luce della diminuzione delle forze della vita religiosa in Occidente?

Certo, è vero che c’è una diminuzione delle forze della vita religiosa in Occidente. Certamente è collegata al problema demografico. Ma è anche vero che a volte la pastorale vocazionale non risponde alle attese dei giovani. Il prossimo Sinodo ci darà idee. La diminuzione della vita religiosa in Occidente mi preoccupa.

Ma mi preoccupa anche un’altra cosa: il sorgere di alcuni nuovi Istituti religiosi che sollevano alcune preoccupazioni. Non dico che non debbano esserci nuovi Istituti religiosi! Assolutamente no. Ma in alcuni casi mi interrogo su che cosa stia accadendo oggi. Alcuni di essi sembrano una grande novità, sembrano esprimere una grande forza apostolica, trascinano tanti e poi… falliscono. A volte si scopre persino che dietro c’erano cose scandalose… Ci sono piccole fondazioni nuove che sono davvero buone e che fanno sul serio. Vedo che dietro queste buone fondazioni ci sono a volte anche gruppi di vescovi che accompagnano e garantiscono la loro crescita. Però ce ne sono altre che nascono non da un carisma dello Spirito Santo, ma da un carisma umano, da una persona carismatica che attira per le sue doti umane di fascinazione. Alcune sono, potrei dire, «restaurazioniste»: esse sembrano dare sicurezza e invece danno solo rigidità. Quando mi dicono che c’è una Congregazione che attira tante vocazioni, lo confesso, io mi preoccupo. Lo Spirito non funziona con la logica del successo umano: ha un altro modo. Ma mi dicono: ci sono tanti giovani decisi a tutto, che pregano tanto, che sono fedelissimi. E io mi dico: «Benissimo: vedremo se è il Signore!».

Alcuni poi sono pelagiani: vogliono tornare all’ascesi, fanno penitenze, sembrano soldati pronti a tutto per la difesa della fede e di buoni costumi… e poi scoppia lo scandalo del fondatore o della fondatrice… Noi sappiamo, vero? Lo stile di Gesù è un altro. Lo Spirito Santo ha fatto rumore il giorno della Pentecoste: era all’inizio. Ma di solito non fa tanto rumore, porta la croce. Lo Spirito Santo non è trionfalista. Lo stile di Dio è la croce che si porta avanti fino a che il Signore non dice «basta». Il trionfalismo non va bene d’accordo con la vita consacrata.

Dunque, non mettete la speranza nel fiorire improvviso e massiccio di questi Istituti. Cercate invece l’umile cammino di Gesù, quello della testimonianza evangelica. Benedetto XVI ce lo ha detto molto bene: la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.

Perché ha scelto tre tematiche mariane per le prossime tre Giornate mondiali della gioventù che condurranno alle Giornate mondiali di Panamá?

I temi mariani per le prossime tre Giornate mondiali non li ho scelti io! Dall’America Latina hanno chiesto questo: una forte presenza mariana. È vero che l’America Latina è molto mariana, e a me è sembrata una cosa molto buona. Non ho avuto altre proposte, e io ero contento così. Ma la Madonna vera! Non la Madonna capo di un ufficio postale che ogni giorno manda una lettera diversa, dicendo: «Figli miei, fate questo e poi il giorno dopo fate quest’altro». No, non questa. La Madonna vera è quella che genera Gesù nel nostro cuore, che è Madre. Questa moda della Madonna superstar, come una protagonista che mette se stessa al centro, non è cattolica.

Santo Padre, la sua missione nella Chiesa non è facile. Malgrado le sfide, le tensioni, le opposizioni, Lei ci offre la testimonianza di un uomo sereno, di un uomo di pace. Qual è la sorgente della sua serenità? Da dove viene questa fiducia che la ispira e che può sostenere anche la nostra missione? Chiamati a essere guide religiose, cosa ci suggerisce per vivere con responsabilità e pace il nostro compito?

Qual è la sorgente della mia serenità? No, non prendo pastiglie tranquillanti! Gli italiani danno un bel consiglio: per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo. Io non ho problemi nel dire che questa che sto vivendo è un’esperienza completamente nuova per me. A Buenos Aires ero più ansioso, lo ammetto. Mi sentivo più teso e preoccupato. Insomma: non ero come adesso. Ho avuto un’esperienza molto particolare di pace profonda dal momento che sono stato eletto. E non mi lascia più. Vivo in pace. Non so spiegare.

Per il conclave, mi dicono che nelle scommesse a Londra ero nel numero 42 o 46. Io non lo prevedevo affatto. Ho pure lasciato l’omelia pronta per il Giovedì santo. Nei giornali si diceva che ero un king maker, ma non il Papa. Al momento dell’elezione io ho detto semplicemente: «Signore, andiamo avanti!». Ho sentito pace, e quella pace non se n’è andata.

Nelle Congregazioni Generali si parlava dei problemi del Vaticano, si parlava di riforme. Tutti le volevano. C’è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace. Se c’è un problema, io scrivo un biglietto a san Giuseppe e lo metto sotto una statuetta che ho in camera mia. È la statua di san Giuseppe che dorme. E ormai lui dorme sotto un materasso di biglietti! Per questo io dormo bene: è una grazia di Dio. Dormo sempre sei ore. E prego. Prego a mio modo. Il breviario mi piace tanto e mai lo lascio. La Messa tutti i giorni. Il rosario… Quando prego, prendo sempre la Bibbia. E la pace cresce. Non so se questo è il segreto… La mia pace è un regalo del Signore. Che non me la tolga!

Credo che ciascuno debba trovare la radice dell’elezione che il Signore ha fatto su di lui. Del resto, perdere la pace non aiuta affatto a soffrire. I superiori devono imparare a soffrire, ma a soffrire come un papà. E anche a soffrire con molta umiltà. Per questa strada si può andare dalla croce alla pace. Ma mai lavarsi le mani dai problemi! Sì, nella Chiesa ci sono i Ponzio Pilato che se ne lavano le mani per stare tranquilli. Ma un superiore che se ne lava le mani non è padre e non aiuta.

Santo Padre, nei suoi interventi ci ha detto spesso che ciò che specifica la vita religiosa è la profezia. Ci siamo confrontati a lungo su cosa significhi essere radicali nella profezia. Quali sono le «zone di sicurezza e di conforto» da cui siamo chiamati a uscire? Lei ha parlato alle monache di una «ascesi profetica e credibile». Come la intende in una prospettiva rinnovata di «cultura della misericordia»? Come può la vita consacrata contribuire a tale cultura?

Essere radicali nella profezia. A me questo importa tanto. Prenderò come «icona» Gioele. Mi viene spesso in mente, e so che viene da Dio. Dice: «Gli anziani avranno sogni e i giovani profetizzeranno ». Questo versetto è un nocciolo della spiritualità delle generazioni. Essere radicali nella profezia è il famoso sine glossa, la regola sine glossa, il Vangelo sine glossa. Cioè: senza calmanti! Il Vangelo va preso senza calmanti. Così hanno fatto i nostri fondatori.

La radicalità della profezia dobbiamo trovarla nei nostri fondatori. Loro ci ricordano che siamo chiamati a uscire dalle nostre zone di conforto e sicurezza, da tutto quello che è mondanità: nel modo di vivere, ma anche nel pensare strade nuove per i nostri Istituti. Le strade nuove vanno cercate nel carisma fondazionale e nella profezia iniziale. Dobbiamo riconoscere personalmente e comunitariamente qual è la nostra mondanità.

Persino l’ascetica può essere mondana. E invece deve essere profetica. Quando sono entrato nel noviziato dei gesuiti, mi hanno dato il cilicio. Va bene anche il cilicio, ma attenzione: non deve aiutarmi a dimostrare quanto sono bravo e forte. La vera ascesi deve farmi più libero. Credo che il digiuno sia una cosa che conservi attualità: ma come faccio il digiuno? Semplicemente non mangiando? Santa Teresina aveva anche un altro modo: mai diceva cosa le piaceva. Non si lamentava e prendeva tutto quello che le davano. C’è un’ascesi quotidiana, piccola, che è una mortificazione costante. Mi viene in mente una frase di sant’Ignazio che aiuta a essere più liberi e felici. Lui diceva che per seguire il Signore aiuta la mortificazione in tutte le cose possibili. Se ti aiuta una cosa, falla, anche il cilicio! Ma solamente se ti aiuta a essere più libero, non se ti serve per mostrare a te stesso che sei forte.

Cosa comporta la vita comunitaria? Qual è il ruolo di un superiore per custodire questa profezia? Quale apporto possono dare i religiosi per contribuire al rinnovamento delle strutture e della mentalità della Chiesa?

La vita comunitaria? Alcuni santi l’hanno definita una continua penitenza. Ci sono comunità in cui la gente si spella e si spiuma! Se la misericordia non entra nella comunità, non va bene. Per i religiosi la capacità di perdono deve spesso iniziare nella comunità. E questo è profetico. Si comincia sempre con l’ascolto: che tutti si sentano ascoltati. Ci vuole ascolto e persuasione anche da parte del superiore. Se il superiore rimprovera continuamente, non aiuta a creare la profezia radicale della vita religiosa. Sono convinto che i religiosi siano in vantaggio nel dare un contributo al rinnovamento delle strutture e della mentalità della Chiesa.

Nei consigli presbiterali delle diocesi i religiosi aiutano nel cammino. E non devono avere paura di dire le cose. Nelle strutture della Chiesa entra il clima mondano e principesco, e i religiosi possono contribuire a distruggere questo clima nefasto. E non c’è bisogno di diventare cardinali per credersi prìncipi! Basta essere clericali. Questo è quanto di peggio ci sia nell’organizzazione della Chiesa. I religiosi possono contribuire con la testimonianza di una fratellanza più umile. I religiosi possono dare la testimonianza di un iceberg capovolto, dove la punta, cioè il vertice, il capo, è capovolta, sta in basso.

Santo Padre, noi abbiamo speranze che attraverso la sua guida si sviluppino migliori relazioni tra vita consacrata e Chiese particolari. Che cosa ci suggerisce per esprimere in pienezza i nostri carismi nelle Chiese particolari e per affrontare le difficoltà che a volte sorgono nei rapporti con i vescovi e il clero diocesano? Come vede la realizzazione del dialogo della vita religiosa con i vescovi e la collaborazione con la Chiesa locale?

Da tempo si chiede di rivedere i criteri circa i rapporti tra i vescovi e i religiosi stabiliti nel 1978 dalla Congregazione per i religiosi e dalla Congregazione per i vescovi nel documento Mutuae relationes. Già nel Sinodo del 1994 ne se era parlato. Quel documento risponde a un certo tempo e non è più così attuale. Il tempo è maturo per il cambiamento.

È importante che i religiosi si sentano appieno dentro la Chiesa diocesana. Appieno. A volte ci sono tante incomprensioni che non aiutano all’unità, e allora bisogna dare un nome ai problemi. I religiosi devono essere nelle strutture di governo della Chiesa locale: consigli di amministrazione, consigli presbiterali… A Buenos Aires i religiosi eleggevano i loro rappresentanti nel consiglio presbiterale. Il lavoro va condiviso nelle strutture delle diocesi. I religiosi devono essere nelle strutture di governo della diocesi. Da isolati non ci si aiuta. In questo si deve crescere tanto. E così anche il vescovo è aiutato a non cadere nella tentazione di diventare un po’ principe…

Ma anche la spiritualità va diffusa e condivisa, e i religiosi sono portatori di forti correnti spirituali. In alcune diocesi i sacerdoti del clero diocesano si riuniscono in gruppi di spiritualità francescana, carmelitana… Ma che lo stile di vita possa essere condiviso: alcuni preti diocesani si chiedono perché non possano vivere insieme per non essere soli, perché non possano vivere una vita più comunitaria. Il desiderio viene, ad esempio, quando si ha la buona testimonianza di una parrocchia retta da una comunità di religiosi. Dunque, c’è un livello di collaborazione radicale, perché spirituale, di anima. E stare vicini spiritualmente in diocesi tra il clero e i religiosi aiuta a risolvere le possibili incomprensioni. Si possono studiare e ripensare tante cose. Tra queste anche la durata del servizio come parroco, che mi sembra breve e si cambiano i parroci troppo facilmente.

Non nascondo che poi ci sono tanti altri problemi a un terzo livello, legato alla gestione economica. I problemi vengono quando si toccano le tasche! Penso alla questione dell’alienazione dei beni. Con i beni dobbiamo essere molto delicati. La povertà è midollare nella vita della Chiesa. Sia quando la si osserva, sia quando non la si osserva. Le conseguenze sono sempre forti.

Santo Padre, come la Chiesa anche la vita religiosa è impegnata ad affrontare le situazioni di abusi sessuali sui minori e di abusi finanziari con trasparenza e determinazione. Tutto ciò è una contro-testimonianza, suscita scandali e ha anche ripercussioni sulla proposta vocazionale e sull’aiuto dei benefattori. Quali misure ci suggerisce per prevenire tali scandali nelle nostre Congregazioni?

Forse non c’è il tempo per una risposta molto articolata e faccio affidamento alla vostra sapienza. Fatemi dire però che il Signore vuole tanto che i religiosi siano poveri. Quando non lo sono, il Signore manda un economo che porta l’Istituto in fallimento! A volte Congregazioni religiose sono accompagnate da un amministratore ritenuto «amico» e che poi le fa fallire. Comunque, criterio fondamentale per un economo è quello di non essere personalmente attaccato ai soldi. Una volta accadde che una suora economa svenne e una consorella disse a chi la soccorreva: «Passatele sotto il naso una banconota e certamente si riprenderà!». C’è da ridere, ma anche da riflettere. Importante poi verificare come le banche investono i soldi. Non deve mai accadere che ci siano investimenti in armi, ad esempio. Mai.

Circa gli abusi sessuali: pare che su 4 persone che abusano, 2 siano state abusate a loro volta. Si semina l’abuso nel futuro: è devastante. Se sono coinvolti preti o religiosi, è chiaro che è in azione la presenza del diavolo che rovina l’opera di Gesù tramite colui che doveva annunciare Gesù. Ma parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema. Quindi, attenzione a ricevere in formazione candidati alla vita religiosa senza accertarsi bene della loro adeguata maturità affettiva. Per esempio: mai ricevere nella vita religiosa o in una diocesi candidati che sono stati respinti da un altro seminario o da un altro Istituto senza chiedere informazioni molto chiare e dettagliate sulle motivazioni dell’allontanamento.

Santo Padre, la vita religiosa non è in funzione di se stessa, ma della sua missione nel mondo. Lei ci ha invitato ad essere una Chiesa in uscita. Dal suo punto di osservazione, la vita religiosa nelle diverse parti del modo sta operando questa conversione?

La Chiesa è nata in uscita. Era chiusa nel Cenacolo e poi è uscita. E deve rimanere in uscita. Non deve tornare a chiudersi nel Cenacolo. Gesù ha voluto che fosse così. E «fuori» significa quelle che io chiamo periferie, esistenziali e sociali. I poveri esistenziali e i poveri sociali spingono la Chiesa fuori di sé. Pensiamo a una forma di povertà, quella legata al problema dei migranti e dei rifugiati: più importante degli accordi internazionali è la vita di quelle persone! E proprio nel servizio della carità è pure possibile trovare un ottimo terreno per il dialogo ecumenico: sono i poveri che uniscono i cristiani divisi! Queste sono tutte sfide aperte per i religiosi di una Chiesa in uscita. L’Evangelii gaudium vuole comunicare questa necessità: uscire. Vorrei che si tornasse a quella Esortazione apostolica con la riflessione e la preghiera. Essa è maturata alla luce dell’Evangelii nuntiandi e del lavoro fatto ad Aparecida, contiene un’ampia riflessione ecclesiale. E infine ricordiamolo sempre: la misericordia è Dio in uscita. E Dio è sempre misericordioso. Anche voi uscite!


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Religiosa secuestrada en Mali.

MALI – El ejército y la población se movilizan por la hermana Cecilia

jueves, 9 febrero 2017

Bamako (Agencia Fides) – “El Gobierno ha movilizado a las fuerzas armadas para patrullar la zona donde ha sido secuestrada la hermana Cecilia. La población se ha movilizado para ayudar en la búsquedas”, dice don Edmond Dembele, Secretario General de la Conferencia Episcopal de Malí, que informa a la Agencia Fides sobre los últimos avances sobre el secuestro de la hermana Cecilia Narváez Argoti, religiosa colombiana de la Congregación de las franciscanas de María Inmaculada, secuestrada en Karangasso, al sur de Malí, en la tarde del 7 de febrero (véase Fides 8/2/2017).
Mientras continúa la investigación policial continúa. “Dos sospechosos fueron detenidos ayer y sometidos a interrogatorio”, dice don Dembele.
Se especula que los secuestradores han huido a Burkina Faso. “Karangasso de hecho, no está muy lejos de la frontera con Burkina Faso”, dice don Dembele. “Una de las hipótesis es que los secuestradores se han ido a Burkina con ella como rehén. Pero también existe la posibilidad de que se trata de una cortina de humo. Los secuestradores podrían haberse dirigido hacia la frontera y más tarde entrar en una zona boscosa en el territorio de Mali.
En el área forestal, en la frontera con Costa de Marfil, se había señalado hace dos años la presencia de un grupo yihadista. Por el momento no hay confirmación de que la hermana Cecilia haya sido llevada a Burkina Faso”, dice el sacerdote, que confirma: “en el momento del secuestro los hombres que tomaron a la hermana dijeron que eran yihadistas”.
“Una vez más, se pueden hacer dos suposiciones: que se trate de yihadistas o de bandidos que han tratado de desviar la investigación” dice don Dembele. Esta última hipótesis se ve reforzada por el hecho de que, además de dinero y del vehículo de las religiosas, los secuestradores también han saqueado los ordenadores y otros equipos informáticos.
El secuestro de la hermana Cecilia ha suscitado una fuerte conmoción en Colombia. Algunos medios de comunicación colombianos han contactado con la redacción de la Agencia Fides para obtener información sobre el paradero de los religiosa. “Esperamos que con el esfuerzo de todos se pueda llegar lo antes posible a la liberación de la hermana Cecilia”, concluye don Dembele. (L.M.) (Agencia


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Nombrado delegado especial pontificio para la Orden de Malta.

El Papa nombra a Mons. Becciu delegado especial para el Capítulo extraordinario de la Orden de Malta

2017-02-04 Radio Vaticana

(RV).- El Papa Francisco ha nombrado a Mons. Giovanni Angelo Becciu, Sustituto para los Asuntos Generales de la Secretaría de Estado, delegado especial para el Capítulo extraordinario de la Orden de los Caballeros de Malta.

El nombramiento del delegado papal llega “al comienzo del camino de preparación en vista del Capítulo extraordinario que deberá elegir el nuevo Gran Maestro de la Soberana Orden militar y hospitalaria de San Juan de Jerusalén, de Rodas y de Malta”.

En la carta de nombramiento, dirigida a Mons. Becciu y fechada 2 de febrero, el Papa Francisco explica que su delegado “actuará en estrecha colaboración” con el Venerable Bailí Ludwig Hoffmann von Rumerstein, lugarteniente interino de la Orden, “para el mayor bien de la Orden y la reconciliación entre todas sus componentes religiosas y laicales”. El delegado acompañará y sostendrá al lugarteniente en la preparación del Capítulo extraordinario: juntos decidirán “las modalidades de un estudio en vistas de la oportuna actualización de la Carta Constitucional de la Orden y del Estatuto Maltés”.

En concreto – escribe el Papa – Mons. Becciu está llamado a ocuparse de todo lo que concierne a la renovación espiritual y moral de la Orden, especialmente de los miembros profesos, para que se realice plenamente el fin de “promover la gloria de Dios mediante la santificación de los miembros, el servicio a la fe y al Santo Padre y la ayuda al prójimo”. Hasta el término de su mandato, es decir, hasta la conclusión del Capítulo extraordinario que elegirá al Gran Maestro, el delegado – precisa el Pontífice – será su “exclusivo portavoz en todo lo que concierne a las relaciones entre esta Sede Apostólica y a la Orden”. “Por lo tanto, le delego todos los poderes necesarios para decidir las eventuales cuestiones que pudieran surgir en relación con la ejecución del mandato que le ha sido confiado” – agrega el Papa.

El nombramiento del delegado tiene lugar después de la crisis en la cual se encuentra la Orden de Malta con la renuncia del Gran Maestro Fray Matthew Festing y la reincorporación del Gran Canciller, Albrecht von Boeselager, licenciado el pasado mes de diciembre. El jueves pasado, en conferencia de prensa, el Gran Canciller expresó su gratitud al Papa por haber llevado a una rápida solución de la crisis, afirmando que “la fidelidad de la Orden de Malta al Sucesor de Pedro es una elección irrevocable”.

El Gran Canciller explicó asimismo que “la intervención del Pontífice no ha sido una interferencia ni una violación de la soberanía de la Orden, ya que se ha interesado en su dimensión religiosa y no estatal”.

La elección del nuevo Gran Maestro tendrá lugar en los próximos tres meses, como previsto por la Constitución, pero la fecha no ha sido aún fijada.

(MCM- RV)


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Aclaraciones sobre la crisis de la orden de Malta.

Boeselager: no se violó la soberanía de nuestra Orden

El Gran Canciller de los Caballeros de Malta: la crisis nació de una iniciativa «ilegal». El caso de los preservativos: «Tengo limpia la conciencia, soy fiel a la enseñanza de la Iglesia»
AP

Albrecht Boeselager, Gran Canciller alemán de la Orden de Malta

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Pubblicato il 02/02/2017
Ultima modifica il 02/02/2017 alle ore 21:19
IACOPO SCARAMUZZI
CIUDAD DEL VATICANO

Albrecht Boeselager, Gran Canciller alemán de la Orden de Malta destituido en diciembre por el Gran Maestro británico Matthew Festing y que ha vuelto a su cargo en enero, después de la renuncia de este último, se reunió hoy con la prensa internacional por primera vez después del enfrentamiento sin precedentes entre la Santa Sede y el plurisecular organismo comprometido en actividades caritativas y sanitarias en todo el mundo, para tranquilizar a los donadores y a los estados que tienen relaciones diplomáticas, para explicar que la Orden de Malta ha vuelto a la normalidad y para precisar que la Santa Sede no ha violado la soberanía de la Orden. También criticó (aunque precisó que la referencia no era específica para el nuevo presidente de los Estados Unidos Donald Trump) la tendencia a discriminar a los migrantes y a los refugiados según su etnia o nación e insistió en el compromiso de los Caballeros a favor de los más débiles de la sociedad.

 

En una conferencia de prensa que se llevó a cabo en la Sala de Prensa extranjera, Boeselager expuso en seis puntos su posición. Expresó su agradecimiento a Festing por haber entregado su renuncia al Papa, subrayando el compromiso «para volver a la normalidad y tranquilizar a nuestros miembros». Insistió en la «lealtad» al Papa y en la disponibilidad para colaborar plenamente con el Delegado pontificio que será nombrado dentro de poco por la Santa Sede. Insistió en que la crisis nació de una iniciativa «ilegal» en su contra (Boeselager denunció, en particular, ciertas tensiones creadas por «personas llevadas por el Gran Maestro sin respeto de la Constitución»). Después agradeció tanto al Papa como al cardenal Secretario de Estado, Pietro Parolin, por su «enorme ayuda», y también a la Comisión de investigación de cinco miembros nombrada por el Pontífice. El Gran Canciller dijo que eran «infundadas y sin base» las acusaciones de conflicto de interés que circularon en la prensa.

 

El caballero alemán después insistió en la importancia del servicio que la Orden nunca ha dejado de ofrecer en zonas afectadas por crisis como el Medio Oriente y el Mediterráneo. Por ello, afirmó: «No permitiremos a las recientes distracciones en el gobierno de la Orden que ponga en peligro nuestro trabajo humanitario y socio-sanitario». Boeselager confirmó el compromiso del organismo en la cooperación con las organizaciones internacionales, empezando por la misión de la ONU en Libia, ACNUR y la Organización Mundial para los Migrantes. Afirmó que también continúa el trabajo a favor de los prófugos de Siria.

 

Al final, sexto y último punto de su exposición, el número dos de la Orden de Malta afirmó: «Estamos alarmados y preocupados por la proliferación de posiciones discriminatorias hacia los inmigrantes, fundadas según su origen nacional. La historia ya nos ha ofrecido ejemplos que demuestran las consecuencias monstruosas y dramáticas de políticas basadas en el origen o en la raza». Después de esta afirmación, los periodistas le preguntaron si se refería a las políticas de Trump o del gobierno de Hungría; Boeselager respondió afirmando: «No ataco, hago afirmaciones de principios. Muchos países e instituciones están violando los derechos». Hungría, «en particular», tiene una especificidad. A pesar de ello, «no aceptamos que sean negados nuestros principios humanitarios».

 

El Gran Canciller rechazó las acusaciones de que el Papa hubiera violado la «soberanía» de la Orden de Malta, afirmando que intervino en la dimensión religiosa, y no de los estatutos, de la Orden, relacionadas pero diferentes, y que la intención de Francisco fue permitir que la orden se reforzara para «sacar adelante nuestra misión, no el debilitamiento». En cuanto al cardenal Raymond Leo Burke, patrón de la Orden que habría jugado un papel en el apoyo a Festing, el Gran Canciller dijo que no podía prever «cuál será su papel en el futuro», mucho más ante la presencia de un Delegado pontificio («Tendrían que preguntárselo al Papa»), y se limitó a decir que su especificidad, con respecto a otros cardenales que durante el tiempo han tenido este encargo, ha sido una cierta insistencia en el magisterio.

 

En cuanto a las reconstrucciones que ha hecho la prensa, es decir que Boeselager no habría vigilado el proyecto en Myanmar financiado por la orden en el que se distribuyeron preservativos, el Gran Canciller subrayó el carácter independiente de muchas iniciativas de los Caballeros de Malta e insistió: «Mi conciencia está limpia: no conocía esta iniciativa y cuando me enteré tomé las medidas para detenerla». «Son fiel a la enseñanza de la Iglesia, mis amigos me describirían como uno bastante conservador», añadió.

 

El Gran Hospitalario de la Orden, Dominique Prince de la Rochefoucauld-Montbel, que también estaba presente en la conferencia de prensa, subrayó que «los principio deben ser seguidos, pero aplicarlos en ciertas situaciones es difícil, y, de tanto en tanto, surgen cuestiones para las cuales hay que encontrar situaciones dentro de la enseñanza de la Iglesia».

 

Boeselager, cuyo hermano fue nombrado en noviembre como parte del Consejo de Superintendencia del IOR, precisó que «el nombramiento de mi hermano no tiene nada que ver» con la crisis en la Orden de Malta. El Recibidor del Común Tesoro, Janos Count Esterhazy de Galantha, dijo que no hay ningún «trust» que tenga relaciones con la Orden y especificó que son otras las relaciones financieras de los donadores. Con la crisis, admitió el Gran Canciller, hubo una disminución de las donaciones, pero «para nada significativo».

 

También se negó que el Papa hubiera pedido que expulsaran a los masones de la Orden de Malta y se puntualizó que para ser admitidos no es posible ser masones (aunque sea difícil descubrir si las personas mienten). Se explicó que el Papa, pro el contrario, expresó su deseo de que quien no comparte la Iglesia no debería formar parte de la orden. Francisco, confirmó Boeselager, pidió a la Orden una reforma espiritual, que, según el Gran Canciller, «es el que cualquier cristiano debe constantemente hacer». La Orden afrontará «muy pronto» las incomprensibles que pueden nacer con otros Estados y dentro de poco habrá un encuentro con sus embajadores.


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Mons. Carballo: la vida consagrada.

Monseñor Rodríguez Carballo: «Hay mucha santidad en la Vida Consagrada»

2017-02-02 Radio Vaticana

(RV).-  En la fiesta de la Presentación del Señor, día en el que se celebra la XXI Jornada Mundial de la Vida Consagrada, en Radio Vaticana hablamos con el Arzobispo José Rodríguez Carballo, Secretario de la Congregación para los Institutos de Vida Consagrada y las Sociedades de Vida Apostólica, quien pone de manifiesto la situación actual de «luces y sombras», por la cual atraviesa la familia mundial de consagrados. El servicio es de nuestro compañero Alberto Goroni.

Si bien existen muchas dificultades en este camino vocacional al que son llamados tantos hombres y mujeres de distintos países, culturas y tradiciones, Monseñor Carballo insiste en la importancia de «valorar la santidad que existe también dentro de la vida consagrada de la Iglesia», tal y como lo recordó el Papa Francisco en su reunión con los representantes de la vida religiosa durante la Asamblea Plenaria celebrada recientemente en Roma.

«Estamos frente a una “hermorragia” que debilita la vida consagrada y la vida misma de la Iglesia. Los abandonos nos preocupan», dijo el Santo Padre destacando que el empeño fundamental de las comunidades consagradas debe residir en «mantener la frescura y la novedad de la centralidad de Jesús, el atractivo de la espiritualidad y la fuerza de la misión, mostrando la belleza del discipulado de Cristo e irradiando esperanza y alegría».

Finalmente, Monseñor Carballo aprovecha esta oportunidad para insistir en que los consagrados «son hombres y mujeres como todos», y que por tanto, «es necesario leer la realidad de la vida consagrada con los ojos de la Fe: dentro de ella hay sombras, pero también mucha luz, hay pecado, pero también mucha santidad».

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(SL-RV)


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Religios@s: no a una actitud de supervivencia.

“Religiosos en medio de su pueblo, no activistas de la fe”

Misa de Francisco por la Jornada Mundial de la Vida Consagrada: «estén insertos con Jesús, en la vida, en el corazón de estas grandes transformaciones
AP

La Misa de Papa Francisco por la Jornada Mundial de la Vida Consagrada

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Pubblicato il 02/02/2017
Ultima modifica il 02/02/2017 alle ore 18:43
SALVATORE CERNUZIO
CIUDAD DEL VATICANO

Profesionistas de lo sacro, activistas de la fe, reaccionarios, estériles y miedosos, encerrados en las propias casas o en los propios esquemas. Una advertencia para los religiosos y consagrados: uno acaba así si cae en «la tentación de la supervivencia», olvidando la gracia, el carisma, la misión. En su homilía en San Pedro para la fiesta litúrgica de la Presentación de Jesús en el Templo y para la XXI Jornada Mundial de la Vida Consagrada, Papa Francisco alertó a los miembros de las órdenes, congregaciones e institutos religiosos sobre eso que para su vida espiritual representa un «peligro», una «amenaza», una «tragedia».

 

Existe «una tentación que puede hacer estéril nuestra vida consagrada: la tentación de la supervivencia. Un mal que puede instalarse poco a poco en nuestro interior, en el seno de nuestras comunidades», afirmó el Pontífice. «La actitud de supervivencia nos vuelve reaccionarios, miedosos, nos va encerrando lenta y silenciosamente en nuestras casas y en nuestros esquemas. Nos proyecta hacia atrás, hacia las gestas gloriosas (pero pasadas) que, lejos de despertar la creatividad profética nacida de los sueños de nuestros fundadores, busca atajos para evadir los desafíos que hoy golpean nuestras puertas».

 

La de la supervivencia es una «psicología» que «le roba fuerza a nuestros carismas, porque nos lleva a domesticarlos, hacerlos «accesibles a la mano» pero privándolos de aquella fuerza creativa que inauguraron; nos hace querer proteger espacios, edificios o estructuras más que posibilitar nuevos procesos», advirtió Bergoglio. Así se olvida la gracia y uno se convierte en «profesionista de lo sacro», en lugar de ser «padres, madres o hermanos de la esperanza».

 

«Ese ambiente de supervivencia seca el corazón de nuestros ancianos privándolos de la capacidad de soñar y, de esta manera, esteriliza la profecía que los más jóvenes están llamados a anunciar y realizar», subrayó el Pontífice. Es decir: «la tentación de la supervivencia transforma en peligro, en amenaza, en tragedia, lo que el Señor nos presenta como una oportunidad para la misión». Misión que es fundamental en este tiempo de «transformación multicultural» que estamos viviendo. Es importante, dijo el Papa, que«el consagrado y la consagrada estén insertos con Jesús, en la vida, en el corazón de estas grandes transformaciones. La misión (de acuerdo a cada carisma particular) es la que nos recuerda que fuimos invitados a ser levadura de esta masa concreta». Claro, podrá haber «harinas mejores», pero «el Señor nos ha invitado a «leudar aquí y ahora, con los desafíos que se nos presentan».

 

 

No se trata de asumir una actitud «defensiva», aclaró Francisco, ni mucho menos de dejarse mover «por los propios temores», sino de poner «las manos en el arado» y tratar de «hacer que crezca el trigo tantas veces sembrado en medio de la cizaña». Hay que «ponernos con Jesús en medio de su pueblo, porque «sentimos el desafío de descubrir y transmitir la mística de vivir juntos, de mezclarnos, de encontrarnos, de tomarnos de los brazos, de apoyarnos, de participar de esa marea algo caótica que con el Señor, puede convertirse en una verdadera experiencia de fraternidad, en una caravana solidaria, en una santa peregrinación».

 

«Poner a Jesús en medio de su pueblo es tener un corazón contemplativo, capaz de discernir como Dios va caminando por las calles de nuestras ciudades, de nuestros pueblos, en nuestros barrios —explicó el Pontífice. Poner a Jesús en medio de su pueblo, es asumir y querer ayudar a cargar la cruz de nuestros hermanos. Es querer tocar las llagas de Jesús en las llagas del mundo, que está herido y anhela, y pide resucitar». «¡Ponernos con Jesús —insistió— en medio de su pueblo! No como activistas de la fe, sino como hombres y mujeres que somos continuamente perdonados». Esto nos lleva a «salir de sí mismo para unirse a otros» y no solo «hace bien, sino que transforma nuestra vida y esperanza en un canto de alabanza».

 

El mismo canto que están invitados a entonar «los enfermos, los detenidos, los que están solos, los pobres, los ancianos, los pecadores». «Jesús está con ellos, está con nosotros», añadió el Papa, que concluyó la homilía con una exhortación: «Acompañemos a Jesús en el encuentro con su pueblo, a estar en medio de su pueblo, no en el lamento o en la ansiedad de quien se olvidó de profetizar porque no se hace cargo de los sueños de sus mayores, sino en la alabanza y la serenidad; no en la agitación sino en la paciencia de quien confía en el Espíritu, Señor de los sueños y de la profecía».

 

Solo esto podrá volver a dar «la alegría y la esperanza» en un Dios que «no engaña» y «no desilusiona»; solo esto «nos salvará de vivir en una actitud de supervivencia»; solo esto volverá «fecunda nuestra vida y mantendrá vivo nuestro corazón».


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Nombrado ya el nuevo Consejo General del Opus Dei.

Mons. Fernando Ocáriz nombra al Consejo general del Opus Dei

Mons. Fernando Ocáriz, nuevo prelado del Opus Dei, ha nombrado a los miembros del Consejo general, organismo que, junto con la Asesoría central, le asiste en el gobierno pastoral de la prelatura.

DEL OPUS DEI28 de Enero de 2017

Opus Dei - Mons. Fernando Ocáriz nombra al Consejo general del Opus DeiDe izqda. a dcha.: Julien Nagore, Carlos Cavazzoli, Antoni Pujals y Lucas Niklison.

Mons. Fernando Ocáriz, nuevo prelado del Opus Dei, ha nombrado a los miembros del Consejo general, organismo que, junto con la Asesoría central, le asiste en el gobierno pastoral de la prelatura. En los próximos días también se publicará en esta página web el nombre de las mujeres que formarán parte de la nueva Asesoría.

MONS. MARIANO FAZIO ES VICARIO GENERAL Y ANTONI PUJALS ES VICARIO SECRETARIO CENTRAL.

Con la aprobación de quienes participan en el tercer congreso electivo del Opus Dei, el prelado ha nombrado a Mons. Mariano Fazio (Buenos Aires, 1960) vicario general y al sacerdote Antoni Pujals i Ginebreda (Terrassa, 1955) vicario secretario central (había sido vicario de la delegación del Opus Dei en Cataluña desde 2002 hasta 2016).

El prelado ha nombrado también tres vicesecretarios, un prefecto de estudios y un administrador general para la atención de los distintos ámbitos de la labor formativa y apostólica de los hombres del Opus Dei: iniciativas con la juventud, evangelización de la familia, formación teológica y espiritual, etc. Se trata de: Javier de Juan (nacido en Albacete, España, en 1975), vicesecretario; Carlos Cavazzoli (Buenos Aires, Argentina, 1962), vicesecretario; Matthew Anthony (San Luis, Estados Unidos, 1981), vicesecretario; Luis Romera (Barcelona, España, 1962), prefecto de estudios; y Julien Nagore (nacido en Pamplona en 1951 y residente en París desde la juventud), administrador general.

Han sido igualmente nombrados los delegados regionales en las diversas circunscripciones en que se divide geográficamente el trabajo apostólico de la prelatura, que actualmente son 49. Proceden de más de 30 naciones.

Una vez concluido el congreso, el prelado ha nombrado al sacerdote Javier Yáñiz (Barcelona, España, 1976) director espiritual y a Mons. Carlos Nannei (Santa Fe, Argentina, 1945) procurador ante la Santa Sede. Ambos colaboran directamente con el Consejo. El director espiritual ayuda al prelado en la orientación espiritual de los fieles de la prelatura y en cuestiones de doctrina y liturgia. Entre sus cometidos está el acompañamiento a los socios de la Sociedad Sacerdotal de la Santa Cruz, una asociación de clérigos intrínsecamente unida a la prelatura del Opus Dei. Por su parte, el procurador se ocupa más directamente de las relaciones de la prelatura con la Santa Sede.

Más información sobre el congreso electivo