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El llamamiento del Papa por la paz en Iraq

Il Papa lancia un appello per l’Iraq: ascoltare il grido della popolazione

Nell’udienza generale Francesco benedice la statua della Madonna di Lujan che era andata perduta nel corso della guerra tra argentini e inglesi nelle isole Malvinas/Falkland

CITTA’ DEL VATICANO. Appello del Papa per l’Iraq: «Il mio pensiero va all’amato Iraq», ha detto a conclusione dell’udienza generale in piazza San Pietro, «dove le manifestazioni di protesta avvenute durante questo mese hanno causato numerosi morti e feriti. Mentre esprimo cordoglio per le vittime e vicinanza alle loro famiglie e ai feriti, invito le Autorità ad ascoltare il grido della popolazione che chiede una vita degna e tranquilla. Esorto tutti gli iracheni, con il sostegno della comunità internazionale – ha detto il Pontefice argentino – a percorrere la via del dialogo e della riconciliazione e a cercare le giuste soluzioni alle sfide e ai problemi del Paese. Prego affinché quel popolo martoriato possa trovare pace e stabilità dopo tanti anni di guerra e di violenza, dove ha sofferto tanto».

Il Papa, che sta dedicando le catechesi di questo periodo agli Atti degli Apostoli, ha parlato oggi del soggiorno di san Paolo in Macedonia, dove l’apostolo delle genti viene prima accolto da una commerciante di porpora, Lidia, e poi arrestato. «Lidia – ha ricordato – accoglie Cristo ricevendo il Battesimo insieme alla sua famiglia e accoglie quelli che sono di Cristo, ospitando Paolo e Sila nella sua casa: abbiamo qui la testimonianza dell’approdo del cristianesimo in Europa: l’inizio di un processo di inculturazione che dura ancora oggi», ma «dopo il calore sperimentato a casa di Lidia, Paolo e Sila si trovano poi a fare i conti con la durezza del carcere, dalla consolazione alla desolazione del carcere, dove vengono gettati per aver liberato nel nome di Gesù “una schiava che aveva uno spirito di divinazione” e “procurava molto guadagno ai suoi padroni” con il mestiere di indovina».

La donna, ha peraltro detto Francesco, «leggeva le mani, come dice la canzone, “prendi questa mano, zingara”, e la gente pagava: anche oggi cari fratelli e sorelle c’è gente che paga, io ricordo nella mia diocesi (Buenos Aires, ndr) in un parco molto grande c’erano più di 60 indovini, ai tavolini, e la gente credeva e pagava… I suoi padroni, per ritorsione denunciano Paolo – ha proseguito il Papa tornando agli Atti degli Apostoli – e lo conducono davanti ai magistrati con l’accusa di disordine pubblico. Ma cosa succede? Invece di lamentarsi, Paolo e Sila intonano una lode a Dio e questa lode sprigiona una potenza che li libera: durante la preghiera un terremoto scuote le fondamenta della prigione, si aprono le porte e cadono le catene di tutti. Il carceriere, credendo che i prigionieri siano fuggiti, stava per suicidarsi, perché i carcerieri pagavano con la propria vita se fuggiva un prigioniero, ma Paolo gli grida: “Siamo tutti qui!”. Quello allora domanda: “Che cosa devo fare per essere salvato?”. La risposta è: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. A questo punto accade il cambiamento: nel cuore della notte, il carceriere ascolta la parola del Signore insieme alla sua famiglia, accoglie gli apostoli, ne lava le piaghe, perché erano stati bastonati, e insieme ai suoi riceve il Battesimo; poi, “pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio”, imbandisce la mensa e invita Paolo e Sila a restare con loro. È il momento della consolazione».

Papa Francesco ha sottolineato che «da Pentecoste in poi» è lo Spirito santo «il protagonista della missione»: «Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo un cuore aperto, sensibile a Dio e ospitale verso i fratelli, come quello di Lidia, e una fede audace, come quella di Paolo e di Sila, capace di spezzare le catene, nostre e di chi ci sta accanto, e anche una apertura di cuore come quella del carceriere, che si lascia toccare dallo Spirito santo».

A conclusione dell’udienza, Papa Bergoglio ha benedetto in piazza San Pietro una statua della Madonna di Lujan di cui si erano perse le tracce nel corso della guerra tra Argentina e Inghilterra. La vicenda inizia a inizio aprile del 1982, quando i soldati argentini, rivendicandone la sovranità, sbarcarono nelle isole nell’Atlantico del sud che l’Inghilterra chiama Falkland e l’Argentina Malvinas. L’allora cappellano dell’aeronautica militare portò una copia della statua di Lujan, oggetto di diffusa devozione tra i cattolici argentini. Alla fine gli argentini, che pensavano in una conquista lampo, si ritirarono, e della Vergine di Lujan, inizialmente disposta nella base aerea militare, poi trasportata nella parrocchia di Saint Mary, a Port Stanley, persero le tracce. Molti anni dopo, a metà del 2018, un argentino che si occupa di ritiri spirituali per veterani di guerra ha letto il resoconto di un medico inglese che sosteneva che nella cattedrale militare britannica c`era una statua della Vergine di Lujan. L’informazione è giunta all’ordinario militare argentino, mons. Santiago Olivera, che ha poi accertato che si trattava proprio della statua persa 1982. Il vescovo Olivera ha chiamato il suo omologo inglese, appena nominato, chiedendogli se fosse possibile avere indietro la statua, e questi ha accettato.

«Ho realizzato immediatamente che era una buona opportunità non solo per restituire la statua ma anche per dimostrare una fede che accomuna due paesi che hanno sperimentato la divisione politica», ha commentato monsignor Paul Mason. Da qui la decisione: la Vergine di Lujan tornerà in Argentina, ma la Chiesa argentina, per non lasciare gli inglesi a mani vuote, donerà alla cattedrale militare di Aldershot una copia della statua. Mancava la data e il luogo della cerimonia. E a maggio scorso, quando i vescovi argentini si sono recati a Roma per la visita ad limina apostolorum, l’ordinario castrense ha informato il Papa, che ha accettato di benedire personalmente l’evento. Prima data utile nel calendario, oggi, 30 ottobre, quando gli ordinari militari di tutto il mondo si incontreranno a Roma per un convegno. «Sono sicuro», ha avuto a commentare al quotidiano argentino La Nacion il capo del protocollo della Segreteria di Stato vaticana, monsignor Joseph Murphy, «che sarà un’occasione commovente, nonché un importante segno di riconciliazione nel contesto dell’incontro dei vescovi militari di tutto il mondo».


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La mujer sigue ausente en los procesos políticos y de paz.

Las mujeres siguen excluidas en los procesos políticos o de paz

ONU/Pasqual Gorriz
Una agente indonesia de mantenimiento de la paz de la Fuerza Provisional de las Naciones Unidas en el Líbano patrullando. Octubre de 2012.

29 Octubre 2019

Pese al amplio consenso internacional que genera la inclusión de la mujer en asuntos de paz y seguridad, ya sea mediante resoluciones aprobadas en el Consejo de Seguridad o a través del reconocimiento mundial del papel central que deben desempeñar las mujeres en la prevención y resolución de conflictos, la realidad no se traduce en avances reales.

Así lo expresó el Secretario General de las Naciones Unidas en un debate del Consejo dedicada al rol de la mujer en escenarios de paz y seguridad. La discusión busca específicamente pasar de los compromisos a los resultados en preparación de la conmemoración del vigésimo aniversario de la resolución 1325 del Consejo, que versa sobre la promoción y participación de la mujer en la esfera política.

António Guterres, manifestó su preocupación por la falta de avances en este campo.

“Con un apoyo tan fuerte y un consenso tan generalizado, un observador podría pensar que las cosas están mejorando sustancialmente. Pero lo triste es -y debemos ser francos al respecto- que el compromiso que siempre se refleja en torno a esta mesa no se traduce en un cambio real en todo el mundo.  No está llegando lo suficientemente rápido o lo suficientemente lejos”, analizó.

Guterres destacó que casi dos décadas después de la aprobación de la resolución 1325, las mujeres continúan excluidas de los procesos políticos y de paz.

Como muestra de ello destacó que los acuerdos de paz se adoptan sin tener en cuenta las necesidades y prioridades de las mujeres y las niñas, que solamente un 0,2% de la ayuda bilateral en situaciones de conflictos se destina a organizaciones de mujeres, que crece el número de ataques a las defensoras de los derechos humanos y que perdura la violencia sexual como arma de guerra.

No obstante este escenario, el Secretario General recordó que el tema es una prioridad absoluta en su agenda y reportó avances en Yemen, Guinea-Bissau y Siria.

En Guinea-Bissau destacó que las mujeres lideraron una movilización sin precedentes en favor de las leyes de paridad que se tradujo en un número de candidatas y votantes nunca antes visto en el país que logró la paridad en los puestos ministeriales.

Con relación a Siria, señaló que alrededor del 30% de los miembros del nuevo Comité Constitucional son mujeres.

La ONU predica con el ejemplo

En cuanto a las acciones emprendidas por la Organización, señaló haber dado instrucciones concretas a todos los jefes de misiones políticas y a sus enviados especiales de informar sobre sus esfuerzos para promover la participación directa de la mujer en todas las etapas de los procesos de paz.

Del mismo modo, destacó que se trabaja para acabar con la explotación y los abusos sexuales en las operaciones de mantenimiento de la paz y que se busca incrementar la participación de la mujer en las mismas.

“Los incidentes de explotación y abuso sexual se han reducido a la mitad, y finalmente estamos cambiando el porcentaje de mujeres en el componente militar y policial de nuestras operaciones. He nombrado a muchas más mujeres como jefas y subjefas de misión, y estamos adoptando medidas de emergencia para lograr la paridad de género”, informó Guterres.

ONU/Eskinder Debebe
La directora ejecutiva de ONU Mujeres, Phumzile Mlambo-Ngcuka, durante una reunión del Consejo de Seguridad sobre la Mujer y la Paz y la Seguridad.

Hay que pasar de las palabras a los hechos

Por su parte, la directora ejecutiva de ONU Mujeres, Phumzile Mlambo-Ngcuka, destacó que el cambio necesario “no es tan real como debería ser” y “que debemos tratar de cerrar la brecha entre las palabras y la acción”, tal como lo expresó previamente el Secretario General.

Igualmente reiteró su posición formulada el año pasado de que ni las Naciones Unidas ni los Estados miembros deberían apoyar los procesos de paz que excluyen a las mujeres “porque si se adopta una posición al respecto, las cosas cambiarán”.

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Ecuador: logrado el acuerdo de paz.

El Gobierno de Ecuador y los líderes indígenas llegan a un acuerdo

© FAO-GEF Ecuador
Comunidad indígena en Ecuador.

14 Octubre 2019

Las partes acordaron dejar sin efecto el decreto que quitaba el subsidio a la gasolina y disparó una serie de manifestaciones en todo el país, después de una mesa de diálogo facilitada por la ONU y la Conferencia Episcopal.

El sistema de la ONU en Ecuador anunció que el presidente del país, Lenín Moreno, ha logrado un acuerdo con las tres principales organizaciones indígenas, en una mesa de diálogo facilitada por las Naciones Unidas y la Conferencia Episcopal ecuatoriana.

El mandatario y los dirigentes de la Confederación de Nacionalidades Indígenas, la Confederación Nacional de Organizaciones Indígenas y Negras, y el Consejo de Pueblos Indígenas Evangélicos del Ecuador, acordaron dejar sin efecto de manera inmediata el decreto 883, que retiraba el subsidio de la gasolina, la razón por la cual comenzaron las protestas.

Tras un largo diálogo que fue televisado y transmitido en redes sociales durante varias horas, las partes también acordaron trabajar en la elaboración de un nuevo decreto que “permita una política de subsidios, con un enfoque integral, que precautele que éstos no se destinen al beneficio de personas de mayores recursos y a los contrabandistas, con criterios de racionalización, focalización y sectorialización”.

El trabajo de la comisión encargada de acordar un nuevo decreto continuará siendo facilitado por las Naciones Unidas y la Conferencia Episcopal.

ONU Ecuador@ONUecuador

El Sistema de Naciones Unidas informa que la mesa técnica está sesionando de manera eficaz, con 9 voceros designados por los pueblos y nacionalidades indígenas y 6 voceros del gobierno. 1/2

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“Con este acuerdo se terminan las movilizaciones, y medidas de hecho en todo el Ecuador”, expresó el coordinador residente de las Naciones Unidas, Arnaud Peral.

Por otro lado, el sistema de la ONU en Ecuador también anunció que este martes se llevará a cabo una reunión entre el Gobierno y el movimiento de trabajadores, otro sector que había mostrado su descontento.

El domingo, el Secretario General de la ONU, António Guterres, dio la bienvenida al diálogo en el país, que estuvo sumido en protestas durante más de una semana, algunas que se tornaron violentas.

António Guterres hizo un llamado a todos los actores para que se comprometan a un diálogo inclusivo y efectivo, y trabajen de buena fe en busca de una solución pacífica a los importantes retos que enfrenta el país.

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Angelus del Papa del 13 de octubre.

El Papa: diálogo sincero para Siria y paz social en Ecuador

A la hora del Ángelus, el apremiante llamamiento del Papa a la comunidad internacional por “la amada Siria”, para que se busquen “soluciones eficaces” al conflicto. Francisco manifiesta también su preocupación por Ecuador, instando a la “búsqueda de la paz social”, con atención especial a los más vulnerables.

María Cecilia Mutual – Ciudad del Vaticano

Antes de concluir la celebración de la Santa Misa durante la cual canonizó a cinco nuevos santos y de rezar la oración del Ángelus del XXVIII domingo del tiempo ordinario, el Santo Padre Francisco dirigió “una vez más” su pensamiento a Oriente Medio, para recordar de manera particular “a la amada y martirizada Siria, de donde vuelven a llegar noticias dramáticas sobre la suerte de las poblaciones del nordeste del país, obligadas a abandonar sus hogares a causa de las acciones militares”, dirigiendo su apremiante llamamiento:

“ A todos los agentes involucrados y también a la comunidad internacional, por favor, renuevo mi llamamiento para que se comprometan con sinceridad, con honestidad y transparencia en el camino del diálogo a fin de buscar soluciones eficaces. ”

La atención constante por la situación en Ecuador

En una soleada jornada de cctubre, en Papa, antes de rezar a la Madre de Dios, recordó también que junto “con todos los miembros del Sínodo de los Obispos de la Región Panamazónica, que se celebra en estos días el Vaticano, “especialmente con aquellos procedentes de Ecuador”,  sigue con “preocupación lo que ha estado sucediendo en ese país en las últimas semanas”, y mientras encomienda al país sudamericano “a la oración común y a la intercesión de los nuevos santos” se une “al dolor por los muertos, los heridos y los dispersos”, instando a la búsqueda  de la reconciliación:

“ Los animo a buscar la paz social, con especial atención a las poblaciones más vulnerables, a los pobres y a los derechos humanos. ”

De pié, antes de concluir la celebración, el Santo Padre agradeció a “los hermanos cardenales y los obispos, así como a sacerdotes, las religiosas y los religiosos, procedentes de cada parte del mundo”, y especialmente, “a los que pertenecen a las familias espirituales de los nuevos santos”. El saludo del Papa fue también para los fieles laicos allí congregados.

El saludo a las delegaciones de los países

Saludando a las delegaciones oficiales de varios países presentes en la celebración, Francisco se dirigió en particular al Presidente de la República Italiana y a Su Alteza el Príncipe de Gales, evidenciando que “con su testimonio evangélico, estos santos han favorecido el crecimiento espiritual y social en las respectivas naciones”. Un pensamiento especial fue también para los delegados de la Comunión Anglicana, a quienes Francisco expresó “profunda gratitud por su presencia”.

Saludo especial a los peregrinos polacos

Como de costumbre, el Obispo de Roma saludó a los “queridos peregrinos, así como a todos los que han seguido esta Misa por radio y televisión”. De manera especial, el Santo Padre saludó a los fieles de Polonia, que hoy celebran el ‘Día del Papa’: “les agradezco sus oraciones y su constante afecto”, les dijo.

Finalmente, la invitación de Francisco a rezar a la Virgen María, “modelo de perfección evangélica, para que nos ayude a seguir el ejemplo de los nuevos santos”.


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Premio Nobel de la paz 2019

Abiy Ahmed Ali

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Abiy Ahmed Ali Premio Nobel de la Paz
PM Abiy Ahmed Ali.jpg

Abiy Ahmed Ali Premio Nobel de la Paz en 2018

Emblem of Ethiopia.svg
15.º primer ministro de Etiopía
Actualmente en el cargo
Desde el 2 de abril de 2018
Presidente Mulatu Teshome (2018)
Sahle-Work Zewde (desde 2018)
Predecesor Hailemariam Desalegn

Flag of the Oromo Peoples' Democratic Organization.png
Presidente del Partido Demócrata Oromo
Actualmente en el cargo
Desde el 22 de febrero de 2018
Vicepresidente Lemma Megersa
Predecesor Lemma Megersa

Información personal
Nacimiento 15 de agosto de 1976 Ver y modificar los datos en Wikidata (43 años)
Bandera de Etiopía BeshashaKaffaEtiopía
Nacionalidad Etíope
Religión Protestantismo Ver y modificar los datos en Wikidata
Partido político Partido Democrático Oromo
Afiliaciones EPRDF
Educación
Educado en
Información profesional
Ocupación Político y militar Ver y modificar los datos en Wikidata
Rango
Miembro de
Distinciones

Abiy Ahmed Ali (en amhárico: አብይ አህመድ አሊ; en oromoAbiyyi Ahimad AliiBeshashaKaffa15 de agosto de 1976) es un ingeniero informáticomilitarpolítico y estadista etíope que es el actual primer ministro de Etiopía desde el 2 de abril de 2018. El 11 de octubre de 2019, fue galardonado con el Premio Nobel de la Paz.1

Es presidente del Partido Democrático Oromo (ODP)2​ y líder del Frente Democrático Revolucionario del Pueblo Etíope (EPRDF), coalición gobernante desde 1991.3​ Previo a su elección como primer ministro, Abiy también es diputado de la Asamblea Parlamentaria Federal y fungió como Ministro de Ciencia y Tecnología entre 2015 y 2016 antes de su llegada al cargo de primer ministro.4

Habiendo sido funcionario de inteligencia del ejército etíope, Abiy asumió en abril de 2018, en medio de las protestas generalizadas contra el régimen autoritario de Hailemariam Desalegn. Abiy es el primer oromo étnico (la primera minoría étnica del país) en ejercer la jefatura del gobierno de Etiopía. Desde su llegada al poder, Abiy ha encabezado un amplio proceso de reforma política, social y económica, desde la liberación de más de 7.600 prisioneros considerados presos políticos solo en la Región de Oromía (más otros 575 detenidos a nivel nacional) y el retorno de varios dirigentes opositores exiliados;56​ la liberalización progresiva de la economía en detrimento del habitual monopolio estatal y el llamado a una reforma constitucional que revisara el sistema de federalismo étnico implementado en el país, considerado como uno de los principales motivos para las tensiones raciales persistentes en Etiopía. Abiy ha anunciado que busca una transición progresiva hacia una plena democracia multipartidista. Su administración ha alentado también un aumento de la participación de la mujer en la política etíope, instigando la elección de Sahle-Work Zewde como presidente de la república y promoviendo el nombramiento de la abogada activista por los derechos de las mujeres Meaza Ashenafi como presidente de la Corte Suprema Federal, además de alcanzar la paridad de género dentro de su gabinete.7

En materia de política exterior, Abiy ha sido elogiado por sus grandes avances en la búsqueda de la paz permanente con Eritrea (con quien se encontraba en un conflicto fronterizo estancado desde el año 2000), logrando finalmente el restablecimiento de las relaciones diplomáticas entre ambos países el 8 de julio de 2018.8​ Ha buscado también una participación destacada para su país en la resolución de la guerra civil persistente en la vecina Sudán del Sur, ofreciendo a Etiopía como sede para las conversaciones de paz.9

Vida temprana y educación[editar]

Abiy Ahmed nació en la ciudad de Beshasha,10​ en la histórica provincia de Kaffa (en la región de Oromía), Etiopía, el 15 de agosto de 1976.111213​ Su padre, Ahmed Ali, es un Oromo musulmán,14​ mientras que su fallecida madre, Tezeta Wolde era una cristiana ortodoxa amhara.10

Abiy es el decimotercer hijo de su padre y fue el sexto y el hijo más joven de su madre.1015​ Su nombre de infancia era “Abiyot”,10​ que significa Revolución, en amárico, un nombre que a veces se daba a los niños después de la revolución etíope de 1974 que había derrocado a la monarquía e instaurado un régimen comunista. El entonces Abiyot fue a la escuela primaria local y luego continuó sus estudios en escuelas secundarias en la ciudad de Agaro. Abiy, según varios informes personales, siempre estuvo muy interesado en su propia educación y más tarde en su vida también animó a otros a aprender y mejorar.10

Mientras trabajaba en la Fuerza de Defensa Nacional de Etiopía, Abiy recibió su primer grado, una licenciatura en Ingeniería Informática,16​ de la Escuela de Tecnología de Información Microlink en Addis Abeba en 2001. En 2005, Abiy obtuvo un certificado de postgrado en criptografía en Machine Dynamics en PretoriaRepública de Sudáfrica (cifrado AES basado en cifrado de bloque). Abiy tiene una Maestría en Artes en Liderazgo y Cambio Transformacional con Mérito,16​ obtenida de la Escuela de Negocios de la Universidad de GreenwichLondres, en colaboración con el Instituto Internacional de Liderazgo , Addis Abeba, en 2011. También tiene una Maestría en Administración de Empresas de Leadstar College of Management and Leadership en Addis Abeba en asociación con la Universidad de Ashland en 2013.16

Abiy, quien había comenzado su trabajo de Doctor en Filosofía (PhD) hace varios años como estudiante regular,17​ completó su PhD en 2017 en el Instituto para Estudios de Paz y Seguridad, Universidad de Addis Abeba. Hizo su trabajo de doctorado en el distrito electoral de Agaro con la tesis doctoral titulada “El capital social y su papel en la resolución de conflictos tradicionales en Etiopía: el caso del conflicto interreligioso en el estado de la zona de Jimma“. Como seguimiento de su tesis doctoral, publicó un artículo de investigación sobre estrategias de reducción en el Boletín del Cuerno de África en un número de revista especial dedicado a contrarrestar el extremismo violento.18

Carrera militar[editar]

Como adolescente y a principios de 1991, se unió a la lucha armada contra el régimen marxista-leninista de Mengistu Haile Mariam después de la muerte de su hermano mayor. Lo hizo como miembro del ODP (Partido Demócrata Oromo), que en ese momento era una organización pequeña de solo unos 200 combatientes en el gran ejército de coalición de unos 100.000 combatientes que resultó en la caída del régimen ese mismo año.191020​ Como sólo había tan pocos combatientes PAO en un ejército con su núcleo de alrededor de 90.000 tigrayanos, Abiy rápidamente tuvo que aprender el idioma tigriño. Como orador de tigriño en un aparato de seguridad dominado por tigrayanos, podría avanzar en su carrera militar.19

Después de la caída del régimen, tomó entrenamiento militar formal de la Brigada Assefa en West Wollega y fue destinado allí. Su puesto militar estaba en inteligencia y comunicaciones. Más tarde se convirtió en soldado en la actual Fuerza de Defensa Nacional de Etiopía en 1993 y trabajó principalmente en el departamento de inteligencia y comunicaciones. En 1995, después del genocidio ruandés, fue enviado como miembro de la Fuerza de las Naciones Unidas para el Mantenimiento de la Paz (UNAMIR), KigaliRuanda.21

Durante la guerra fronteriza entre Etiopía y Eritrea entre 1998 y 2000, dirigió un equipo de inteligencia para descubrir las posiciones de las Fuerzas de Defensa de Eritrea. Más tarde, Abiy fue enviado de regreso a su ciudad natal de Beshasha, donde él, como oficial de las Fuerzas de Defensa, tuvo que abordar una situación crítica de enfrentamientos interreligiosos entre musulmanes y cristianos con varias muertes.1922​ Intentó mantener la calma y la paz en una situación de tensiones comunales que acompañan los enfrentamientos. Esto fue como un preludio de su papel como mediador interreligioso en el que se convirtió en años posteriores.19

En 2008, Abiy fue uno de los cofundadores de la Agencia de Seguridad de la Red de Información de Etiopía (INSA), donde trabajó en diferentes puestos.10​ Durante dos años, fue director interino de INSA debido a un permiso de ausencia del director asignado al puesto.10​ En esta capacidad, fue miembro de la junta de varias agencias gubernamentales que trabajan en información y comunicaciones, como Ethio Telecom y Ethiopian Television. En 2010, Abiy finalmente decidió dejar el ejército y su puesto como subdirector del INSA para convertirse en político. El rango más alto que había alcanzado durante su carrera militar era el de teniente coronel.1819

Carrera política[editar]

Miembro del Parlamento[editar]

Comenzó su carrera política como miembro del ODP (Partido Demócrata Oromo). El ODP es el partido gobernante en la Región de Oromia desde 1991 y también uno de los cuatro partidos de coalición de la coalición gobernante en Etiopía, el EPRDF (Frente Democrático Revolucionario del Pueblo Etíope). Se convirtió en miembro del comité central de ODP y miembro del congreso del comité ejecutivo de EPRDF, en rápida sucesión.

En las elecciones nacionales de 2010, Abiy representó al Woreda (distrito) de Agaro y se convirtió en miembro electo de la Cámara de Representantes de los Pueblos, la cámara baja de la Asamblea Parlamentaria Federal de Etiopía. Antes y durante su tiempo de servicio parlamentario, hubo varios enfrentamientos religiosos entre musulmanes y cristianos en la zona de Jimma. Algunas de estas confrontaciones se tornaron violentas y resultaron en la pérdida de vidas y bienes. Abiy, como miembro electo del parlamento, tomó un papel proactivo en el trabajo con varias instituciones religiosas y ancianos para lograr la reconciliación en la zona. Posteriormente creó un foro titulado “Foro religioso por la paz“, como resultado de la necesidad de diseñar un mecanismo de resolución sostenible para restablecer la interacción pacífica entre la comunidad musulmana y cristiana en la región.

En 2014, durante su tiempo en el parlamento, Abiy se convirtió en el Director General de un nuevo Instituto de Investigación del Gobierno fundado en 2011, llamado Centro de Información de Ciencia y Tecnología (STIC). El año siguiente, en 2015, Abiy se convirtió en miembro ejecutivo de ODP. El mismo año fue reelegido para la Cámara de Representantes de los Pueblos por un segundo mandato, esta vez para su casa en el Woreda de Gomma.

Ascenso al poder[editar]

A partir de 2015, Abiy se convirtió en una de las figuras centrales en la lucha violenta contra las actividades ilegales de apropiación de tierras en la región de Oromia y especialmente alrededor de la capital, Addis Abeba. Aunque el ‘Plan Maestro de Addis Abeba’ en el corazón de los planes de acaparamiento de tierras se detuvo en 2016, las disputas continuaron por algún tiempo y resultaron en lesiones y muertes. Fue esta lucha contra el acaparamiento de tierras, lo que finalmente impulsó la carrera política de Abiyi.

En octubre de 2015, Abiy se convirtió en el Ministro de Ciencia y Tecnología de Etiopía (MoST) , un puesto que dejó solo después de doce meses. A partir de octubre de 2016, Abiy se desempeñó como Vicepresidente de la Región de Oromia como parte del equipo del presidente de la Región de Oromia, Lemma Megersa, y se mantuvo como miembro de la Cámara Federal de Representantes de los Pueblos de Etiopía. Abiy también se convirtió en el Director de la Oficina de Planificación y Desarrollo Urbano de Oromia. En este cargo, se esperaba que Abiy fuera la principal fuerza impulsora detrás de la Revolución Económica de Oromia, la reforma de las Tierras y las Inversiones de Oromia, el empleo de los jóvenes y la resistencia a la apropiación generalizada de tierras en la región de Oromia. Como uno de sus deberes en el cargo, se hizo cargo de los desplazados de un millón de personas Oromo de la región de Somalia durante los disturbios de 2017.

Como jefe de la Secretaría de ODP a partir de octubre de 2017, Abiy cruzó las divisiones religiosas y étnicas para facilitar la formación de una nueva alianza entre los grupos Oromo y Amhara, que representan dos tercios de los 100 millones de habitantes que componen la población etíope.

A principios de 2018, muchos observadores políticos consideraron a Abiy y Lemma como los políticos más populares dentro de la mayoría de la comunidad Oromo y otras comunidades etíopes. Esto vino después de varios años de disturbios en Etiopía. Pero a pesar de esta calificación favorable para Abiy y Lemma, los jóvenes de la Región de Oromia pidieron una acción inmediata sin demoras para traer un cambio fundamental y libertad a la Región de Oromia y Etiopía, de lo contrario, se esperaría más descontento. Según el propio Abiy, la gente está pidiendo una retórica diferente, con una discusión abierta y respetuosa en el espacio político para permitir el progreso político y ganar a las personas para la democracia en lugar de presionarlas. Hasta principios de 2018, Abiy continuó ocupando el cargo de jefe de la secretaría de ODP y de la Oficina de Desarrollo Urbano y de Vivienda de Oromia y como Vicepresidente de la Región de Oromia. Luego dejó todos estos puestos después de su elección como líder de EPRDF.

Premio Nobel de la Paz, 2019[editar]

El 11 de octubre 2019, el primer ministro etíope, Abiy Ahmed Ali, fue galardonado con el Premio Nobel de la Paz23​ por “sus esfuerzos para alcanzar la paz y la cooperación internacional , y en particular su iniciativa decisiva para resolver el conflicto fronterizo con la vecina Eritrea”. Premiando su ardua labor para conseguir la asombrosa reconciliación, en los primeros meses de su mandato, entre su país y Eritrea tras 20 años de hostilidades y más de 200 000 muertos y millones de desplazados en la guerra de 1998-2000. Pero no sólo eso, también por sus medidas reformistas: liberó más de 7000 presos políticos, legalizó a la oposición, pidió perdón por la brutalidad estatal y recibió con los brazos abiertos a miembros de grupos exiliados que sus antecesores habían calificado de “terroristas”. Abiy Ahmed Ali es reconocido por su tarea permanente por fortalecer la democracia en su país


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ONU: se ha inaugurado la nueva asamblea de sesiones. Palabras del presidente

El mundo admira a la ONU como vehículo para lograr la paz, la seguridad y los derechos humanos universales

ONU//Loey Felipe
Traspaso del mazo de presidente de la Asamblea General, entre la saliente María Fernanda Espinosa y Tijjani Muhammad-Bande.

17 Septiembre 2019

Al inaugurar el nuevo periodo de sesiones de la Asamblea General, su nuevo presidente destacó la necesidad de la Organización y explicó que sus prioridades para el año que estará en el cargo serán la paz, el desarrollo sostenible y la educación.

El embajador de Nigeria ante la ONU, el profesor Tijjani Muhammad-Bande, inauguró este martes la apertura del 74º periodo de sesiones de la Asamblea General agradeciendo a todos los Estados miembros la confianza que han depositado en él y les garantizó su compromiso “de defender éticamente la Oficina del presidente de la Asamblea General y los principios consagrados en la Carta de las Naciones Unidas“.

En su discurso inaugural, Muhammad-Bande recordó que en su declaración de visión estratégica se centró en la ejecución de los Objetivos de Desarrollo Sostenible, en particular orientada a la erradicación de la pobreza, el hambre cero, la educación de calidad, la actuación climática y la inclusión.

Por esa razón declaró que prestará especial atención a los mandatos heredados y a prioridades como promover la paz y la seguridad, especialmente la prevención de conflictos; incrementar las alianzas para la aplicación de los Objetivos de Desarrollo Sostenible; y fomentar la educación de alta calidad.

En este apartado, remarcó la importancia de trabajar “para garantizar que los Estados miembros puedan colaborar en la formación de profesores y en el acceso a una educación primaria y secundaria gratuita y de calidad, entre otros aspectos. En algunas comunidades, la necesidad es la construcción de escuelas, mientras que en muchas otras es la seguridad de los estudiantes. Es necesario disponer de medios para atender las necesidades educativas de todos”.

Los otros dos temas clave que mencionó fueron abordar las causas y repercusiones del cambio climático ya que, según su opinión, es “una cuestión clave para el desarrollo”; y, por último, reforzar la inclusión ya que “debemos continuar priorizando los derechos y el empoderamiento de los jóvenes, las mujeres y los discapacitados en todo el mundo”.

Del mismo modo resaltó la importancia de los eventos venideros como el debate general de la Asamblea que se iniciará el próximo 24 de septiembre, la Cumbre sobre la Acción Climática, la reunión de alto nivel sobre la Cobertura Universal de la Salud, la Cumbre sobre los Objetivos de Desarrollo Sostenible o el Diálogo de Alto Nivel sobre la Financiación para el Desarrollo, entre otros.

“Durante esa semana, deliberarán sobre cuestiones que son fundamentales para mejorar la vida de miles de millones de personas en todo el mundo y definirán medidas para intensificar el desarrollo. Los resultados de las deliberaciones de la semana de alto nivel guiarán nuestra labor durante el resto del período de sesiones. No debemos olvidar nunca que el mundo admira a las Naciones Unidas como un verdadero vehículo para lograr la paz y la seguridad, el desarrollo sostenible y los derechos humanos universales”, señaló.

Acto seguido resaltó que la Asamblea, como el órgano deliberativo más representativo de las Naciones Unidas, debe redoblar sus esfuerzos para “subsanar las lagunas y actuar en aras del bien común” de las personas a las que sirven.

“Debemos crear confianza mutua, profundizar en las asociaciones y mostrar empatía. Esta es la única manera de resolver los muchos desafíos a los que nos enfrentamos. Tendremos que hacer un esfuerzo conjunto para cumplir con todos”, resaltó.

Por último, reiteró la intención de colaborar codo a codo con el presidente del Consejo de Seguridad, el presidente del Consejo Económico y Social y el Secretario General con el objetivo de garantizar el éxito en el logro de los objetivos comunes.

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El multilateralismo como herramienta a los desafíos mundiales

Por su parte, el Secretario General de las Naciones Unidas felicitó al profesor Muhammad-Bande por su elección como presidente de la Asamblea General y destacó que aporta al cargo su vasta experiencia como representante permanente de Nigeria ante la ONU.

António Guterres recordó que el año que viene la Organización celebrará su 75º aniversario en el marco de este periodo de sesiones y le advirtió que nos enfrentamos a un mundo cambiante que plantea desafíos globales y que cada vez están más interrelacionados.

El titular de la ONU añadió que, con la consecución de los Objetivos de Desarrollo Sostenible en el horizonte, y en un momento como el actual en el que se demanda urgencia y ambición sobre el cambio climático tenemos que convencer a la gente de que las Naciones Unidas son relevantes para todos y que el multilateralismo ofrece soluciones reales a los desafíos mundiales.

“Las expectativas de los ciudadanos respecto a nuestra Organización -sobre todo la Asamblea General y el Consejo de Seguridad- son muy grandes. Una cosa que me preocupa particularmente -y el profesor Bande se hizo eco de ella en junio- es el déficit de confianza entre las naciones. La transparencia, el diálogo y una mayor comprensión son esenciales para aliviar la desconfianza”, remarcó.

El profesor Tijjani Muhammad-Bande sustituye como presidente de la Asamblea General a María Fernanda Espinosa, la cuarta mujer en ocupar este puesto en la historia de las Naciones Unidas y la primera de América Latina y el Caribe.