Loiola XXI

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Cómo se practicaba en la iglesia hace años el encubrimiento?

Il defunto card. colombiano Darío Castrillón Hoyos

Brevi ricordi sul come è nata una sorta di “modalità ambientale” che ufficializzava e legittimava nella Chiesa un modo di pensare che Papa Francesco, per primo, ha chiamato “cultura dell’occultamento”
(LB – FG) La sciagurata “cultura dell’occultamento” degli abusi sessuali compiuti su minorenni e vulnerabili all’interno della Chiesa ha una lunghissima vita. Da sempre, negli ambienti ecclesiastici e in tutti i livelli gerarchici, sono state messe in campo tutte le risorse disponibili per negare, sdrammatizzare e cancellare le  responsabilità di questi atti, impedendo così una sana e doverosa ricerca della verità e della giustizia.
È sufficiente rievocare un solo episodio per avere la conferma di tale condotta: nel 2010 il cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos – deceduto lo scorso 18 maggio – nel corso di un’intervista con la CNN arrivò ad affermare, in polemica con il cardinale austriaco Christoph Schönborn, che la Chiesa non ha niente da rimproverarsi sul come ha affrontato la pedofilia clericale poiché ha saputo usare la “discrezione e la riservatezza”.
Si potrebbe dire che, per quanto riguarda la pratica degli abusi sessuali, nella Chiesa l’occultamento sia stata la politica applicata fin dai primi casi usciti allo scoperto, così come nella Shoah fece parte da subito il negazionismo. Pedofilia e occultamento sono facce di una sola moneta così come accade con negazionismo ed esterminio degli ebrei.
Il cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos, prelato a lungo molto importante nella Chiesa e nella Santa Sede, parlava di “discrezione” e di “riservatezza”. Resta ancora da capire cosa significassero queste due qualità per il porporato, figlio spirituale di un altro discusso cardinale colombiano, Alfonso López Trujillo, entrambi molto ben considerati e altolocati durante il pontificato di s. Giovanni Paolo II.
Si fa presto a capirlo. Nel 2001, Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il clero spedì una lettera un po’ particolare a un vescovo francese, mons. Pierre Pican, ordinario diocesano di Bayeux-Lisieux condannato a tre mesi di galera per aver coperto padre Rene Bissey, a sua volta condannato a 12 anni di carcere perché colpevole di aver compiuto abusi su 11 minorenni. Nella lettera, firmata come Prefetto vaticano, Castrillón Hoyos  si complimentava con il vescovo francese perché lo riteneva “un vero modello di padre che non denuncia il figlio”.
La stampa dell’epoca disse allora che il vescovo era venuto a conoscenza di questi abusi durante la confessione e dunque era vincolato al segreto inviolabile ma non si è mai chiarito se il vescovo avesse ricevuto tale confessione in un solo momento o se il prete periodicamente andasse da lui per ammettere le proprie colpe, raccontando di nuovi abusi.
Lo stesso cardinale Castrillón Hoyos, che sottolineò a più riprese questo particolare rilevante del segreto della confessione, focalizzò tuttavia la sua attenzione su un altro aspetto e mai chiarì la questione, seppure dirimente, del “segreto del confessionale”, cioè su come il confessore avesse appreso veramente i racconti del prete pedofilo.
La famigerata lettera
Nella lettera del 2001 il Prefetto scrisse: “mi complimento con Lei perché non ha denunciato un sacerdote all’amministrazione civile. Lei ha agito bene e mi complimento poiché ho un fratello nell’episcopato che agli occhi della storia e degli altri vescovi del mondo ha scelto la galera al posto di denunciare un figlio-sacerdote”.(1) Come emerge con chiarezza l’unica preoccupazione del porporato colombiano era che non si fosse verificato un caso di presunta “delazione”, elogiando lo spirito di sacrificio del vescovo Pican che, nell’ottica del cardinale, aveva preferito la prigione alla sicofantia. Il porporato colombiano non ebbe invece, in tutta la sua lunga vita, mai una sola parola di vicinanza e solidarietà per quelle povere undici vittime, devastate da quel prete “figlio-del-vescovo”.
Tempo dopo Castrillón Hoyos raccontò che la famigerata lettera era stata scritta dopo aver ricevuto l’autorizzazione di Papa Wojtyla, il quale diede anche il suo assenso affinché il cardinale  spedisse copia del documento a tutti i vescovi del mondo e a caricarla in rete sul sito del dicastero. Questo particolare molto significativo fu rivelato dallo stesso cardinale Castrillón Hoyos nell’aprile 2010, in una conferenza presso l’Università di Murcia, Spagna.
Un modo di pensare
Tutto questo accadeva solo otto anni fa, proprio quando Papa Benedetto XVI era fortemente impegnato nel contrastare la pedofilia clericale. L’allora portavoce vaticano padre F. Lombardi così rispose al cardinale colombiano: “Questo documento (la lettera Castrillón Hoyos) è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione per la Dottrina della fede, per garantirne una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal Papa nel 2001”.
E’ interessante e importante, come si vedrà anche in successivi ricordi che pubblicheremo prossimamente, constatare che i ragionamenti del cardinale Castrillón Hoyos non erano particolari e privati convincimenti del porporato. Le parole del cardinale colombiano, le azioni e gesti, le polemiche (anche le critiche contro padre Federico Lombardi) erano frutto di un modo di pensare, di una singolare rete di atteggiamenti e interpretazioni delle denunce su atti di pedofilia clericale; appunto, una sorta di “modalità ambientale” che ufficializzava e legittimava un modo di pensare che Papa Francesco, per primo, ha chiamato “cultura dell’occultamento”.
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(1) Frasi in spagnolo: “Me congratulo con usted por no haber denunciado a un sacerdote a la administración civil. Usted ha actuado bien y me felicito de tener un hermano en el episcopado que, a los ojos de la historia y de los otros obispos del mundo, prefirió la prisión antes que denunciar a su hijo-sacerdote”.

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