Loiola XXI

Lugar de encuentro abierto a seguidor@s de S. Ignacio de Loyola esperando construir un mundo mejor

Grave crisis de Venezuela. Comentario de L’Osservatore romano

Deja un comentario

Venezuela
Pastorale della speranza 
L’Osservatore Romano

(Marco Bellizi) Di fronte al Venezuela non si può essere semplici spettatori. Non lo possono essere i venezuelani, perché la crisi è ormai così diffusa da non risparmiare nessuna classe sociale. Ma non lo può essere neanche chi, fuori da quei confini, pensa di essere al riparo da un’emergenza che si sta invece estendendo in tutta l’area circostante. A maggior ragione non lo può essere chi, oltre alle preoccupazioni legate alla geopolitica, riesce a sentire come proprie le sofferenze di milioni di persone che negli ultimi anni sono state costrette ad abbandonare le loro case perché affamate, senza cure, senza medicine.
Negli ultimi cinque anni sono stati più di tre milioni i venezuelani obbligati a emigrare. Si sono diretti in Colombia, in Brasile, in Perú, in Cile ingrossando le fila di un esercito di disperati che bussa alle porte di paesi con risorse limitate e con difficoltà endemiche che rischiano di trasformarsi in una bomba sociale se la pressione migratoria venezuelana non si fermasse. A partire dal 2000 in Venezuela hanno chiuso oltre mille imprese, non si producono più molti beni di base, la moneta non circola e l’inflazione cresce del 6 per cento ogni giorno, facendo aumentare continuamente i prezzi. La denutrizione infantile sta assumendo, per i bambini da 0 a 5 anni, proporzioni drammatiche. Sono riapparse malattie che erano scomparse, come la malaria o la tubercolosi, oltre alla generale mancanza di cure mediche e medicinali. Le cronache quotidiane riferiscono con sempre maggiore frequenza di morti dovute alla mancanza della più semplice assistenza sanitaria.

L’attenzione internazionale, di fronte a questa crisi, non è sufficientemente alta. Eppure, l’inviato delle Nazioni Unite per la crisi migratoria del Venezuela, il guatemalteco Eduardo Stein, nei giorni scorsi, ha disegnato il quadro senza mezzi termini definendolo «un terremoto umanitario». E ha paventato un ulteriore aumento delle fughe di massa dal paese, ipotizzando la cifra di circa 5,5 milioni di venezuelani che entro la fine dell’anno potrebbero aver varcato la frontiera. Di questi, gran parte sono giovani, le forze migliori. La Colombia, nei giorni scorsi, si è rivolta all’Organizzazione degli stati americani lamentando che l’emergenza sta estendendo i suoi effetti a tutti i paesi dell’area. Il fatto è che le considerazioni di natura politica e diplomatica, le strategie geopolitiche, se non qualche complicità, rendono la comunità internazionale inerme. Del Venezuela, sui grandi mezzi di informazione, si sente parlare molto poco. Ed è oggettivo che oggi, la Chiesa può essere uno dei pochi riferimenti rimasti a chi non si rassegna al naufragio. Non è certo un caso l’attenzione riservata dal Papa a questo paese nel suo messaggio di Natale. Il Santo Padre conosce bene quale sforzo la Chiesa locale debba produrre nell’esclusivo interesse della popolazione. Un impegno non ideologico. Piuttosto un investimento sulla speranza. «Noi venezuelani non possiamo essere semplici spettatori di quello che succede nel paese, poiché siamo cittadini e, come tali, attori sociali di prim’ordine», hanno spiegato i vescovi aprendo i lavori della loro assemblea plenaria in corso in questi giorni. L’elenco delle tante mancanze della politica nazionale non deve essere strumento di denigrazione né frutto di preconcetti ideologici: è un appello alla mobilitazione. Come cittadini, spiegano i presuli, «tocca a noi assumere le responsabilità che ci competono per migliorare l’attuale situazione e recuperare il paese, con i suoi valori e le sue potenzialità». Un compito, aggiungono, che richiede la «creatività e la mobilitazione» di tutti i settori sociali. Con obbiettivi concreti: in primo luogo «continuare ad aiutare le persone a sopravvivere, sia i più deboli e i meno protetti all’interno del paese, sia coloro che sono emigrati, cercando lavoro e migliori condizioni di vita, rifugio e asilo». In secondo luogo «continuare a operare in difesa e per la promozione dei diritti umani». Infine, «sviluppare programmi di formazione e organizzazione che permettano il recupero delle istituzioni democratiche e la ricostruzione del paese in modo pacifico». Tutto ciò al di fuori della contrapposizione politica o ideologica e all’interno di un discorso di buon senso, di una prospettiva positiva e costruttiva: di una pastorale della speranza.
L’Osservatore Romano, 10-11 gennaio 2019
Anuncios

Autor: loiolaxxi

periodista, jesuita, bloguero, profesor, jubilado

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión /  Cambiar )

Google+ photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google+. Cerrar sesión /  Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión /  Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión /  Cambiar )

Conectando a %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.